VOYEUR


Editoriale del 18 agosto 2020

A voler essere buoni, la curiosità è la molla dell’intelligenza e il presupposto necessario per ogni forma di cultura. Chi non è curioso non impara nulla e non saprà mai nulla. A voler essere cattivi, dietro ogni appassionato lettore di romanzi si nasconde un pettegolo desideroso di ficcanasare nelle esistenze altrui e dietro ogni cinefilo si nasconde un guardone. Il piacere di ogni narrazione nasce dalla voglia di conoscere quello che accade nelle case degli altri. Il fascino del grande cinema americano, da quello classico degli anni Quaranta e Cinquanta fino agli intriganti labirinti di David Lynch, ha come emblema le finestre illuminate. Le suggestive panoramiche sulla New York notturna, con le virtuosistiche carrellate della macchina da presa in mezzo ai grattacieli, alimentano l’immaginazione dello spettatore, facendo indugiare il suo sguardo sulle luci ancora accese negli appartamenti della sterminata metropoli. Poco importa che in primo piano un ubriaco cammini fra le pozzanghere di uno stretto vicolo o due innamorati si tengano per mano diretti al Central Park o un indiavolato inseguimento di auto percorra veloce Times Square o Spiderman voli a schizzi di ragnatela per tutta Broadway: il nostro occhio è stregato dalle finestre illuminate, dal brulichio di vita che contengono. All’interno di ognuna di esse, se l’obiettivo della cinepresa avesse l’idea di entrarci con uno zoom dall’alto o dal basso, c’è la promessa di una storia avvincente: in un appartamento una coppia farà l’amore, in un altro è in corso un litigio, in un altro ancora si compie un delitto, ci saranno famiglie felici e infelici, si consumeranno matrimoni e adulteri, da qualche parte si svolgerà una festa chic, da qualche altra si spalancheranno abissi di solitudine. Se potessimo cliccare sulle finestre dei grattacieli (quelle che si vedevano alle spalle di Perry Mason nei vecchi telefilm in bianco e nero, attraverso la vetrata del suo studio di avvocato) come clicchiamo sulle icone dei files del computer, avremmo il mondo fra le mani: si squadernerebbe davanti a noi la vita umana in tutte le sue sfaccettature. Che felicità per quel voyeur che c’è dentro ognuno di noi. L’aveva capito benissimo Alfred Hitchcock, che con “La finestra sul cortile” ha spiegato meglio di qualsiasi saggio critico la natura più profonda del cinema. E lo spettatore, nel buio della sala, guarda nella finestra illuminata dello schermo del cinema James Stewart che, nel buio della sua camera, guarda con il binocolo le finestre illuminate degli appartamenti di fronte. In un gioco di specchi e di riflessi insieme divertente e inquietante, entrambi curiosano non visti nelle vite degli altri. Quando il film uscì, qualche critico accusò il protagonista di essere un guardone. Hitchcock rispose che infatti era un guardone. Come tutti noi.

Fabio Canessa

 

Quando il film uscì, qualche critico accusò il protagonista di essere un guardone. Hitchcock rispose che infatti era un guardone. Come tutti noi. (da VOYEUR – Editoriale di Fabio Canessa)

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