WANDA & C.


Editoriale del 2 febbraio 2021

Le serie tv sono tecnicamente quasi tutte formidabili. Poche sono però quelle che mi hanno convinto fino in fondo (“Fargo”, “American horror story”, “Il miracolo”) perché le più sanno di artificio glamour, si danno arie pop kitsch o soap d’autore, spesso la fanno cadere dall’alto solo perché si gingillano coi soliti andirivieni di piani temporali, ormai diventati stucchevoli. Fanno eccezione “Wanda Vision” e “Undoing”, che al momento mi sembrano le migliori sulla piazza. La prima perché è una spericolata sperimentazione di un nuovo linguaggio, che cala arditamente i supereroi della Marvel nel contenitore della situation comedy anni Cinquanta, in rigoroso bianco e nero, con le risate registrate fuori campo. Ne viene fuori un prodotto marziano che lascia a bocca aperta per l’originalità del corto circuito tra generi e per il rigore di una confezione strepitosa. La seconda perché sfiora la perfezione per la solidità di ogni componente, per cui non si sa se lodare di più la sceneggiatura di ferro (scritta come una volta, cronologicamente difilato, senza flashback e flashforward), il nerbo sicuro della regia di Susanne Bier, la fotografia magistrale, il ritmo del montaggio, l’ambientazione newyorkese o la straordinaria interpretazione di tutti gli attori: Hugh Grant non immaginavo che potesse essere così bravo, Nicole Kidman e Donald Sutherland invece lo sapevo e lo hanno confermato, ma anche tutti gli altri comprimari, a partire dai due bambini (il figlio della vittima e quello dell’imputato), così credibili e naturali da farci chiedere come mai nel cinema italiano i bimbi recitano in modo insignificante o insopportabilmente lezioso. Perfino la sigla, cantata benissimo dalla Kidman, è di gran classe. Per quanto riguarda la trama, tutto è chiaro fin dall’inizio (mi esprimo un po’ così per non spiattellare brutalmente il finale) e ogni indizio ed elemento successivo non fa che confermare e mettere a fuoco quello che era chiaro fin dall’inizio. Eppure la sceneggiatura è così scaltra nel dosare bene tempi e rivelazioni (quei flash che rimandano all’omicidio saranno ricordi o immaginazione? E di chi?) che, senza barare né tentare di depistare, porta quel grullo dello spettatore a dubitare di ciò che è invece evidente. La Bier sembra seguire il percorso inverso di “Blow up” e “Blow out”: mentre Michelangelo Antonioni e Brian De Palma mostravano che il cinema può rivelare quello che nella realtà non si nota, la Bier dimostra che, al contrario, il cinema è fatto per velare la verità che abbiamo sotto il naso. Solo perché è cinema, non perché trucca le carte: siccome è fiction, diffidiamo di quello che ci mostra e ci aspettiamo un colpo di scena improbabilissimo. Del resto, Undoing significa rovina, disfacimento, scatafascio; quindi era onesto già il titolo a indicare una discesa agli inferi lineare. Come speriamo non sia il nostro Anduin, diretto dalla pandemia e sceneggiato dalla crisi di governo.
P.S.: per completezza d’informazione (come dicevano i giornalisti dell’altro secolo) un vuoto di sceneggiatura in “Undoing” l’abbiamo trovato (l’avvocatessa della difesa, attrice anche lei eccellente, chiede a Hugh Grant se abbia avuto altre relazioni extraconiugali, lui risponde di sì, solo un’altra, lei gli ordina di rivelarle tutto e la sequenza rimane appesa lì senza che se ne sappia più nulla), ma è un dettaglio e il meccanismo generale è così ben oliato che non escludo sia sfuggito qualcosa a me.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

“Perfino la sigla, cantata benissimo dalla Kidman, è di gran classe.”
Da WANDA & C. – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote ad Aristan)

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