WORD IN THE CLOUDS


Editoriale del 31 agosto 2013

Scrivo queste righe nel mio browser in un Doc di Google Drive. È un editor nel Cloud. Sono i dati nella Nuvola di Internet, ma non c’è nulla di etereo. Nell’uso sembra un qualsiasi editor di testi, ma per la semplice pressione di un tasto, dietro le quinte si scatena l’inferno: il carattere viene messo in un pacchetto dati TCP/IP che, viaggiando prima su doppino e poi su fibra ottica, sotto gli oceani, arriva in un data center con tonnellate di macchine ronzanti, che se non fossero raffreddate con sofisticati impianti ad acqua, sarebbero a temperature degne del motore di un’automobile. E tutto questo per aver scritto un innocuo “Hello World!”.
Non siamo più isolati nelle nostre stanze con i nostri computer. Anche quando pensiamo di scrivere in solitario, le propaggini del nostro sistema nervoso virtuale si irradiano nel pianeta.
Ogni singola parola che digitiamo non è più solo il silenzioso riverbero dei nostri pensieri sulla tastiera, ma un’eco che già risuona molto lontano, nell’interminabile intrico di fili e hardware che è oggi la Rete Globale.

Alessandro Chessa
(Econofisico ad Aristan)

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