ANCORA POETI


Editoriale del 20 ottobre 2015

Se torniamo a segnalarvi “Poesia non poesia” è perché il saggio di Alfonso Berardinelli sembra indicarci l’unico modo per ritrovare il gusto della poesia, sepolto e impolverato dalla reverenza aprioristica per il blasone del titolo di poeta, di cui troppi impostori hanno abusato. Approfittando del fatto che, paradossalmente, le regole di questo genere così alto sono ormai pressoché inesistenti, e certo molto più blande di quelle che regolano un articolo di giornale o una canzone. Ne consegue che un altro consiglio è quello di “non considerare buono e accettabile nessun testo poetico che non regga il confronto con un buon articolo di giornale o con una canzone”. Il pregiudizio della modernità ha imposto alla lirica di essere antidiscorsiva, la trasgressione avanguardistica è diventata materia delle accademie ed è stata digerita da una borghesia consenziente, il postmoderno (che Berardinelli retrodata con argomentazioni molto convincenti agli anni Quaranta del secolo scorso) ha ulteriormente complicato lo scenario, sdrammatizzando le tensioni del Moderno in una dimensione giocosa e divulgativa, in una mobilità onnivora che ha aperto le porte all’accoglienza indifferenziata di ogni possibilità. Se Berardinelli riesce a districarsi a meraviglia in un tale ginepraio è perché, Dio lo benedica, “diffida delle teorie”, sia quelle che si sforzano di etichettare la poesia, ponendole dei limiti, sia quelle che discettano sulla sua traducibilità da una lingua all’altra. E dimostra agevolmente quanto sia vero che all’estero quel che “abbiamo di meglio resti ignorato, mentre siano esportati e considerati importanti autori che semplicemente rendono la vita facile a chi traduce”. Così, siccome “il più alto grado di traducibilità tende spesso a coincidere con il più basso grado di novità, di attrito, di arricchimento e di scoperta nel passaggio da una lingua letteraria all’altra”, la frittata è fatta. Il “nuovo esperanto” poetico prevede dunque “il lessico standard e la sintassi più regolare e uniforme”. Al contrario, parola di Auden, “la poesia migliore non somiglia alle merci di esportazione: ha un sapore locale, solo che quel sapore può essere apprezzato anche altrove”. Condannati invece a una scipita cucina internazionale, abbiamo divulgato conferme (come Ungaretti) e occultato le sorprese (ad esempio Gozzano). Berardinelli dedica pagine illuminanti a Pasolini (il cui talento maggiore era “teatrale e retorico”) e ad Auden (“non un poeta dell’essere, ma un poeta del pensare”), a Penna e a Celan, a Zanzotto e a Enzensberger e chiude con un fulminante ritratto di Montale e della sua “arte del mettere idee e pensiero dentro un’organizzazione verbale scandita e pietrificata”. Così Berardinelli mette in pratica nell’esercizio della critica quanto predica che bisognerebbe fare nel campo della poesia: senza impancarsi a critico laureato, snocciola con esemplare chiarezza argomentativa e profonda preparazione letteraria tutto quello che avremmo voluto sapere sulla poesia e nessun critico ha mai osato spiegarci.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da un intervista televisiva di Enzo Biagi a Pier Paolo Pasolini (1971)

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