CE LO MERITIAMO NANNI MORETTI!


Editoriale del 12 maggio 2015

Nanni Moretti può piacere o no, ma rimane un cineasta interessante e anomalo nel panorama internazionale. Concepisce il cinema come un diario di bordo personalissimo della sua vita: era giovane e lo raccontò in “Ecce bombo”, diventò regista e raccontò in “Sogni d’oro” l’ansia di girare un film, era comunista e in “Palombella rossa” raccontò il suo travaglio politico, si ammalò e raccontò l’esperienza ospedaliera in “Caro diario”, gli nacque un figlio e, anziché appendere il fiocco sul portone di casa, ci incentrò “Aprile”, odiò Berlusconi e ce lo fece sapere con “Il caimano”. Ora gli è morta la mamma e ce lo racconta in “Mia madre”, che riassume vizi e virtù della sua estetica, bollata a suo tempo da una frase fulminante di Dino Risi: “Spostati un po’ da lì e fammi vedere il film!”. La crisi di una regista, che sta girando un film su una fabbrica occupata, interpretato da un Turturro star straniera cialtrona, coincide con la malattia e la morte di sua madre. Stavolta Moretti finge di spostarsi, ritagliandosi il ruolo scialbo del fratello e facendosi sostituire da una bravissima Margherita Buy, la cui prova straordinaria costituisce il pregio maggiore di un’opera statica e disorganica, che amalgama faticosamente il metacinema con le gag di Turturro, buffe ma ripetitive, e lo strazio dell’agonia dell’ottima Giulia Lazzarini, con troppa confusione tra flashback e sogni, secondo il modello irraggiungibile del felliniano “Otto e mezzo”. Ci sono momenti di dolente intensità, qualche buona battuta, ma anche molte lungaggini da tagliare: scene inutili che iniziano e finiscono senza un perché, allungando il brodo. Che significano il compleanno di Turturro sul set che balla con una grassona o la Buy e l’ex-marito che assistono al giro in motorino della figlia? Inoltre, se vivi il cinema come un commento costante della tua esistenza, dovresti essere più prolifico e spavaldo e girare film al ritmo con cui Scalfari, Travaglio o Feltri scrivono editoriali. Invece Moretti sforna un film ogni 4 o 5 anni, come Stanley Kubrick, senza mai raccontare nient’altro che se stesso con un realismo della quotidianità fin troppo naturale e vero, poco trasfigurato, e un eccesso di autoindulgenza compiaciuta. Confidando nei fan che si identificano in lui o nella universalità delle esperienze (chi ha la mamma malata sovrapporrà facilmente la tragica ovvietà dei dialoghi del film con quelli del vissuto personale), mette in scena il suo privato e le relative emozioni con il cipiglio autoriale di chi squaderna al pubblico “Quarto potere” o “Barry Lindon”. Prendere o lasciare? Si prende, perché, rispetto alla media delle penose commediole italiane, Moretti ci incuriosisce e ci interessa per i guizzi di intelligenza, il taglio originale e alcune trovate (come qui il visionario sogno nostalgico della fila infinita di fronte al cinema Capranichetta). Ma ci immalinconisce il ricordo del graffio cattivo di “Ecce bombo”, quando diceva “Ve lo meritate Alberto Sordi!”. A suo modo aveva ragione: all’epoca ci meritavamo un gigante come Alberto Sordi, che non raccontava se stesso ma tutti noi, e di lui rimarranno nel tempo un centinaio di capolavori. Oggi siamo molto peggiorati, più ripiegati in noi stessi e ci meritiamo Nanni Moretti. Dobbiamo accontentarci, in attesa dei prossimi avvincenti editoriali: il matrimonio del figlio, i problemi alla prostata, la pensione, il catetere, la casa di riposo…

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da Mia madre (2015) di Nanni Moretti, con Margherita Buy e John Turturro

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