CREPET COLPISCE ANCORA


Editoriale del 4 aprile 2017

Il comune di Bergamo ha scritto un’ordinanza per contenere la diffusione delle slot machine nei bar (i bergamaschi hanno sputtanato 2536 euro a testa in queste macchinette nell’arco del solo 2016). Nessuna censura, semplicemente qualche limite di buon senso e morale comune: che non siano presenti vicino a scuole, ospedali, bancomat. Siamo contrarissimi alle slot machine nei bar per un motivo prima estetico che etico: lo squallore degli orrendi bussolotti che hanno sostituito i gloriosi flipper imbruttisce il mondo e abbrutisce l’anima di quegli autistici dallo sguardo vacuo, abbacinati dai display disegnati con un kitsch rivoltante, mentre il loro sound robotico ci avvelena il caffè. Però c’erano due possibili vie di difesa per contrastare l’editto, discutibili ma legittime: innalzare la bandiera della società capitalista e della legge del mercato oppure ribadire cinicamente che i coglioni (come le prostitute) esistono da sempre, sempre esisteranno e, se nel Trecento di Boccaccio si facevano prendere per il culo da Frate Cipolla, oggi si fanno spennare dalle slot machine. Invece Lottomatica si è affidata a un perito di parte d’eccezione, il formidabile Paolo Crepet, il quale ha glorificato il gioco d’azzardo spennapolli con un colpo d’ala così azzardato da far sembrare le slot più innocenti del girotondo. Ecco il suo incredibile verdetto di assoluzione: “Non si tengono in considerazione gli effetti positivi del gioco, quali la socializzazione, il diritto al sogno, la possibilità di alleviare la propria amarezza e la propria tristezza: non credo che tocchi allo Stato disciplinare anche i sogni e le speranze”. Sull’ultima frase siamo d’accordissimo, quello che risulta paradossale e scandaloso è sostenere che le slot machine abbiano qualcosa a che fare con i sogni e le speranze. Manca solo che chieda per le slot il Premio Unicef e la benedizione di papa Francesco (per il quale la speranza sono Gesù e la vita eterna, con una Weltanschauung un po’ più ambiziosa della vincita alla slot machine del bar sotto casa). Gli effetti positivi del gioco? Non esistono, anzi quei tristi arnesi costituiscono il più spietato moltiplicatore di amarezza e tristezza. La socializzazione? E’ l’esatto contrario del solitario onanismo di quel misero individuo disumanizzato, ripiegato in se stesso, chino sullo sgabello nel disperato tentativo del jackpot. Con chi socializza? Forse con gli strozzini o i negozianti dei “Compro oro” (Gian Antonio Stella ha scritto sul Corriere che a Roma ce n’erano 7 nel 2000 e oggi ce ne sono 291!). Ma l’affermazione più puzzolente è appellarsi al “diritto al sogno”: il sogno è il cinema di Fellini, è lottare per una vittoria nello sport, per una soddisfazione nel lavoro, per conquistare una ragazza o un ragazzo. E’ quello che il mio amico Roberto Vecchioni ha celebrato in tante memorabili canzoni, da “Sogna ragazzo sogna” a “Il grande sogno”, una strofa della quale dice così: “Voglio Pepita Moreno la diva del jazz,/ voglio ballarle sul seno nell’atrio del Ritz”. Ecco, questo, almeno per noi maschietti, si avvicina abbastanza al concetto di sogno. Non ce lo vediamo Vecchioni a intonare “Voglio giocare alla slot nel buio del bar,/ voglio vincere tanti bei soldi fino a schiantar”.

Fabio Canessa
(preside del liceo olistico “Quijote”)

lo squallore degli orrendi bussolotti che hanno sostituito i gloriosi flipper imbruttisce il mondo e abbrutisce l’anima di quegli autistici dallo sguardo vacuo, abbacinati dai display disegnati con un kitsch rivoltante, mentre il loro sound robotico ci avvelena il caffè (da CREPET COLPISCE ANCORA – Editoriale di Fabio Canessa)

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