IL LINGUAGGIO DI ALI


Editoriale del 06 giugno 2016

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Solo chi ha calcato almeno una volta il teatro stretto fra le sedici corde sa davvero che Mohammad Ali è stato il primo e sarà forse l’unico ad aver danzato all’inferno. Un semplice, mortale problema di forma: “Sì, in televisione” rispose a chi gli chiedeva se sapesse collocare il Vietnam sulla cartina geografica. All’insinuazione sulla pochezza del suo sapere replicava con una battuta che dovrebbe far riflettere giornalisti e filosofi, per sempre. Attingeva allo sterminato pozzo della libertà per sbalordire. Era linguaggio Ali, nel corpo e nella voce uccisa dall’ossessione per la battaglia. Molti ritornano con la cronaca al Thrilla in Manila con Frazier, quando fu “quasi la morte”, per individuare il principio della malattia, il limite da non oltrepassare. Ignorano che tracciare una nuova via fra gli uomini si paga a caro prezzo, che il lungo silenzio è stato un capitolo ineluttabile nella storia di un rivoluzionario. “È solo un lavoro. L’erba cresce, gli uccelli volano, le onde battono sulla sabbia. Io pesto le persone” disse una volta. Attraverso la finzione tornava alla natura. Nel mezzo, fra palcoscenico e sangue, ballava con il ‘900 e le sue brevi battaglie libertarie, presto riassorbite da dittature locali e globali. Aderendo ed esasperando l’ego aveva trovato la moltitudine, sprofondato nella burla riemergeva con la verità, superando gli impedimenti del corpo traspirava possibilità di spirito. Cassius Clay traslitterò in Mohammad Ali, da schiavo a essere immortale. Ignorano, con vera menzogna, che la sua è soprattutto la vicenda di un uomo, un solco tracciato con gioia e movimento intorno ai luoghi morti del sapere. Il ring è vuoto e buio solo per chi non prende a pugni le parole.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

“Era il linguaggio Ali, nel corpo e nella voce uccisa dall’ossessione per la battaglia”
(da IL LINGUAGGIO DI ALI’ editoriale di Luca Foschi)

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