IL VALORE DI UN RESPIRO (PRANA)


Editoriale del 12 ottobre 2014

Esiste una sindrome rara e disumana che priva il nostro cervello della capacità di sentire qualunque dolore provenga dal corpo. Checche’ se ne possa pensare non è auspicabile e non conferisce poteri da supereroi, anzi. L’individuo analgesico non si abitua a riconoscere i pericoli, e cresce senza imparare che il fuoco brucia, le lame tagliano e i chiodi bucano. Il dolore ci tiene vivi ma non in quanto tale. Il suo valore evoluzionistico, sia fisico che psichico, è sempre stato poco apprezzato e tutti ormai fanno a gara per provarne sempre di meno. Eppure il dolore spesso significa immobilità, quindi riposo, oppure rivalutazione di quanto valga il nostro “benessere apparente” e significa quindi riconoscenza per come normalmente stiamo. Basta che una costola si incrini per apprezzare il valore di un respiro, di ogni singolo respiro; per comprendere con quale leggerezza lo facciamo per circa 17.000 (sic!) volte al giorno, tutti i giorni. E non possiamo mai smettere di respirare se non per pochi minuti e dopo un grande allenamento. Per questo la vita è respiro, pneuma e spazio tra soffi vitali, senza dolore. Respirare e’ già felicita’ o almeno dovrebbe esserlo. Lo yoga e’ respiro e poco altro (Pranayama). Oggi invece la tendenza ad usare rimedi contro qualunque tipo di dolore, anche contro i più piccoli e transitori cresce in modo esponenziale. Eppure cercare, a tutti i costi, di non provare nessun dolore è un grave errore perché potrebbe modificare la nostra percezione del mondo sino a far dimenticare il miracolo di quanto valga la nostra vita.

Luca Pani
(Psiconauta ad Aristan)

COGLI L’ATTIMO

da La forza del campione un film del 2006 diretto da Victor Salva.

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