LE CARAMELLE DI AISHA


Editoriale del 7 luglio 2014

Aisha aveva quattro anni e due file di dentini minuscoli e perfetti che si rimestavano nel musetto quando scendendo le scale veniva a prendersi le caramelle ai frutti di bosco, posate su un bidone di latta fuori dalla porta della stanza che il padre Zidane mi dava in affitto. Limone, arancio e fragola in una busta piena di colori. Un dono di Stefy, prima di partire. Un amuleto contro i pericoli e la solitudine, credo. Ho finito per distribuirle ai bambini in giro per il Vicino Oriente. A Shatila, il campo profughi palestinese di Beirut. A Zaatari, nel deserto Giordano, dove 120.000 sfollati siriani vivono fra tende e caravan. E a Hebron, Palestina occupata, dove l’economia della distribuzione crollò sotto i colpi insistenti del sorriso malandrino di Aisha e dei guizzi argentini e gorgoglianti della vocina che fuggiva per le scale, dopo il furto. Dalla finestra vedevo la scuola talmudica di Beit Hadassah, e dentro le ombre degli ultra ortodossi israeliani che ciondolavano sugli scranni nella nenia sciamanica della ricerca di dio. In questi giorni assisto con dolore all’ennesima epifania del conflitto israelo-palestinese. Per le strade di Hebron tre giovani seminaristi israeliani sono stati rapiti e brutalmente uccisi. Qualcuno si è poi vendicato a Gerusalemme su Mohammed Abu Khdeir, 17enne palestinese. Massacrato. Bruciato vivo. Sempre, il fumo e gli scontri e la rabbia dei secoli per strada. Aisha veniva a trovarmi mentre virgola dopo virgola cercavo di trovare l’equilibrio nel labirinto di senso del reportage. Portava una tazza di tè con una foglia di menta. Eravamo assediati dall’odio, ma Aisha lo ignorava. Io capivo invece che basta un soffio per bagnare di sangue la storia. Se fosse accaduto qualcosa alla mia sorellina avrei lasciato la penna per il sasso, o il fucile, senza pensare all’inutilità delle mie azioni. È stata una certezza. Come i maccheroni davanti al TG della sera.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

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