OTTO E MEZZO


Editoriale del 24 aprile 2012

“Eminenza, non sono felice”, dice Marcello Mastroianni, alter ego di Federico Fellini, in una suggestiva sequenza del film più bello della storia del cinema: OTTO E MEZZO. Frastornato da una crisi che è insieme esistenziale, sentimentale, professionale e creativa, il regista, ingolfatosi nella realizzazione di una pellicola di fantascienza faraonica e pretenziosa, decide di tentare anche la carta religiosa. Per questo incontra un alto prelato, di ascetica magrezza, ed esordisce confessando la propria infelicità. La risposta del principe della Chiesa è serenamente inquietante: “E chi ha detto che siamo al mondo per essere felici?”. Assestando così un vigoroso colpo di piccone a quel diritto alla felicità radicato nella convinzione di tutti e sancito perfino dalla Costituzione Americana (la nostra, tutti i gusti son gusti, gli ha preferito il diritto al lavoro). Che il diritto alla felicità sia dunque una costruzione del nostro egoismo, della nostra falsa coscienza, della pigrizia sterile e della voglia di avere tutto che contraddistinguono appunto il confuso e bugiardo protagonista del film, rappresentante di tutti noi come il personaggio di Dante nella Commedia o il Marcel della Recherche di Proust? Che la felicità non sia allora l’obiettivo della vita, ma un elemento tra gli altri, da circoscrivere in un contesto più ampio, che debba avere come orizzonte mete e scopi di maggior gittata? Il film lascia la questione in sospeso, ma ci regala un’altra magnifica definizione della felicità, e stavolta a darla è lo stesso Mastroianni-Fellini: “La felicità è dire la verità senza fare del male a nessuno”. Difficilissimo da praticare nella vita reale, possibile invece, anzi doveroso, nella finzione artistica. E, quando ci si riesce, nasce il capolavoro. Sta qui il senso più profondo del celebre finale, che sublima splendidamente nella magia del cinema l’accettazione dell’esistenza, mescolando furbi e stolti, simpatici e antipatici, mogli e amanti, vivi e morti in un girotondo circense. 

Fabio Canessa

 

COGLI L’ATTIMO

Tratto da 8 ½ di Federico Fellini (1963)

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