A PRANZO COI PESHMERGA


Editoriale del 5 gennaio 2015

Ora, sono stato a 20 metri dai mozzacapoccia e tutto il resto. Sì, in Iraq, o meglio Kurdistan iracheno. Come al solito mi son presentato all’ufficio del partito di riferimento e ho detto, hei, sono un giornalista, mi portate al fronte? Conosco mica nessuno io, i fixer li odio, quelli che nei paesi vi traducono e vi portano e hanno i contatti. È una roba per i mosci, che non sanno aver a che fare con la gente, e quindi pagano. Io non pago mai, anche perché non ho una lira. Comunque, dopo il partito il fronte di Kirkuk, con i peshmerga. Peshmerga significa letteralmente “coloro che si battono fino alla morte”. È una milizia nata per rappresentare il popolo curdo iracheno. I curdi stavano tutti dentro l’impero ottomano, poi sono arrivati francesi e inglesi e dopo la prima guerra mondiale hanno ridisegnato il Medio Oriente, e i curdi sono rimasti intrappolati fra Turchia, Siria, Iraq e Iran. Oggi sono 30 milioni e hanno una nazione ma non uno stato. I curdi iracheni sono stati massacrati un po’ da tutti, sempre minoranza oppressa, sempre la stessa solfa. I combattenti nella resistenza irachena, ieri e oggi, che hanno una regione semi autonoma, sono i peshmerga, appunto. E sono storicamente inzuppati di socialismo. Potrei fare il ganzo e raccontarvi del fronte, ma in questa sede non ce ne importa un accidente. Poco denaro, sbattimento, polvere, puzze, redazioni strafottenti e ignoranti, pericolo: se continuo a fare sto mestiere è mica per le velleità della carriera e del denaro. Infatti, finita la visita alle trincee, con i balordi dello Stato Islamico che ogni tanto tiravano col kalashnikov, ci siamo spostati di 50 metri su un pianoro erboso. Lì stavano dei materassi posati in cerchio. Lontano, le raffinerie del maledetto petrolio. Appena arrivati i graduati peshmerga hanno cercato l’oriente e delicatamente si son messi a pregare. Poi, dalla massicciata di terra della trincea sono spuntate le burbe con fornello, bombola e secchi pieni di carne di pecora, pomodori, limoni, cetrioli, pane e riso. Insomma, si son messi a cucinare là per i boss e il giornalista. Un vitello passava e ripassava attirato dall’olezzo. Carne cucinata su un’enorme marmitta con cipolla e succo di limone, le verdure affettate, il pane, il tè. Tutto in ciotole dalle quali si pescava con le mani, unti, bisunti e maschi. I fucili posati accanto come cani fedeli. Poi anche le burbe hanno mangiato, felici come fanciulli, mica ringhiosi per le gerarchie. Ancora tè. E sigarette e chiacchiere sulle donne e le famiglie e le burle sugli americani segaioli e le risate e mica in inglese, coi gesti, sì, i peshmerga con gli arti trapassati solo sei mesi fa ghignano e si divertono, e continuano a combattere. E poi ancora tè, e sigarette, mentre viene l’imbrunire e i mortai esplodono in lontananza. E io non lo so perché, ma finisce sempre che mi abbracciano e mi baciano coi volti bruciati dal sole e le barbe irsute ed esultano e dicono che siamo fratelli. Io li amo come la sorpresa delle nuvole nel cielo estivo e allora taccio e mi sento un buon essere vivente, come il vitello puro arrapato dal profumino, perso nel meriggio ma con gli occhi spalancati dell’innocenza. Poi tutto passa, viene la notte, torna la guerra che uccide. Tu te ne vai, mica come loro che restano. Però, ecco, queste cose non ve le raccontano mai. E invece sono quelle reggono la baracca tutta: le ginestre spuntano proprio in mezzo al bordello. L’ha scritto mica quel minchione di Foschi. Ve lo dico, è vero per la miseria.

Luca Foschi
(Inviato di guerra da Aristan\ Aristan’s war correspondent)

COGLI L’ATTIMO

 

dall’archivio dell’Istituto Luce un cinegiornale del 1940

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