TANTO RUMORE PER NULLA


Editoriale del 30 giugno 2015

Non riusciamo proprio ad appassionarci alla riforma della “buona scuola”. È piuttosto imbarazzante il disagio con cui assistiamo alla lotta tra i due fronti contrapposti: quello dei sostenitori che vedono nella riforma l’auspicata meritocrazia voluta da un premier deciso e dinamico quanto quello degli oppositori che celebrano il funerale della scuola di stato. La riforma è talmente modesta sul piano culturale (che è l’unico che dovrebbe caratterizzare chi si appresta a mettere ordine nel sistema scolastico) che sembra ugualmente risibile schierarsi con essa o averne paura. I provvedimenti previsti sono quelli da ospedale da campo di cui parlava tempo fa Papa Francesco a proposito del ruolo della Chiesa: l’assunzione dei precari è un obolo popolar-populista, tipo le 80 euro, buono ad arginare l’emorragia di voti e a guadagnare tempo, la valutazione dei docenti rimane sospesa in un limbo nebbioso di cui non si percepiscono bene i contorni, il resto è poca cosa. Se non abbiamo scioperato per il blocco degli scrutini è perché non ci piace che la categoria degli insegnanti si chiuda a riccio ogni volta che si ventila la possibilità di qualsiasi cambiamento (eppure sono sempre tutti lì a lamentarsi dello status quo) e soprattutto dell’eventualità di essere giudicati da qualcuno, sia un dirigente scolastico o i genitori o gli studenti o un ispettore esterno o un docente universitario. Eppure, chi volete che giudichi, oltre questi? Ma se il dirigente è uno stronzo che ce l’ha con quell’insegnante, obiettano? E se è uno stronzo l’insegnante, obiettiamo noi? Intanto, se non ti vuole il preside prevenuto e disonesto, ce ne sarà un altro che ti accoglie, se fai bene il tuo lavoro. E se nessun preside della tua città e zone limitrofe ti vuole, non sarà che hai qualche problema tu? E se non ti vogliono neppure gli studenti e i genitori, tu ti ostini a rimanere per forza in Paradiso (si fa per dire) a dispetto dei santi (si fa di nuovo per dire)? E se tu insegni, ad esempio, latino, inglese o matematica, e arriva un ispettore o un docente universitario a metterti davanti una versione, un brano in lingua o un esercizio e tu ti dimostri incapace di orientarti, siamo sicuri che sia il caso che tu rimanga a insegnare quelle materie agli studenti? A me piacerebbe essere valutato e, se ho delle lacune, che qualcuno mi aiutasse a colmarle. Non è ignobile solo la diffidenza verso gli immigrati, la diffidenza è brutta sempre, anche quella nei confronti di chi sia chiamato a dare un giudizio sul tuo operato. Nell’Italia del boom economico, Leo Longanesi affermava che ci avrebbero salvato le vecchie zie. Oggi, tra un premier chiacchierone e un’opposizione velleitaria, potrebbe forse salvarci il valutatore.

Fabio Canessa
preside del Quijote, Liceo Olistico di Aristan

COGLI L’ATTIMO

 

da I giorni più belli (1956) diretto da Mario Mattoli. Con Vittorio De Sica

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