YUPPI DU


Editoriale del 16 ottobre 2012

Ancora i soliti ascolti record di Adriano Celentano: quasi dieci milioni incollati su Canale 5 per le due serate da Verona. E ancora i soliti diluvi di analisi e commenti sulle ragioni dell’exploit: se canta è un gigante, se predica fa schifo. Intanto chi critica dovrebbe prima essere in grado, se non di cantare o di predicare, almeno di criticare. Le ragioni di un successo che continua ininterrotto da mezzo secolo sono dovute infatti al prodigioso talento di uno showman che ha il suo punto di forza nel comunicare con la sua stessa presenza la felicità di esistere e lo stupore che esistano anche gli altri, trasformando in spettacolo la tensione e le incertezze, gli errori e i silenzi, il trionfo e l’impasse. Celentano ha un carisma proletario e aristocratico, mai borghese: esente dall’ansia di fare bella figura, è un gladiatore clown della messinscena, capace di far trasparire dal suo volto la paura e il divertimento di sbagliare, di giocare con i tempi e con i 23 mila fans che affollavano l’arena, di mescolare Fitoussi a Gianni Morandi, di parlare dei massimi sistemi con la stessa naturalezza con cui attacca “Svalutation”. La ragione del successo è che i suoi show assomigliano alla vita, trasfigurata in un musical. Mi ha fatto piacere che l’Auditel abbia rilevato che gli spettatori siano stati in gran parte i giovani. Non per Adriano, che non ne ha bisogno. Mi ha fatto piacere per i giovani.

Fabio Canessa

COGLI L’ATTIMO

 

da Il conte Max (1957) diretto da Giorgio Bianchi, con Alberto Sordi e Vittorio De Sica

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