PARLIAMO D'ALTRO


Editoriale del 2 aprile 2019

Dieci anni fa moriva l’architetto Aldo Buzzi, dieci mesi prima di compiere cent’anni e cinque anni dopo aver lasciato come testamento un aureo libriccino,”Parliamo d’altro”, edito da Ponte alle Grazie. Il titolo era già un programma: quando si è arrivati all’età di 95 anni e il barbiere, mentre ti scorcia le basette, chiede che effetto fa e ricorda che i capelli continuano a crescere anche ai morti, si capisce che la risposta possa essere “Parliamo d’altro”. Non per eludere le domande fondamentali dell’esistenza, ma per affrontarle in modo meno pacchiano. Gustando il piacere di vivere con lo stupore di un osservatore incantato e insieme disincantato: guardando i tavolini dei bar, la gente che cammina, un cane che per un attimo ti fissa negli occhi, le lucertole che attraversano un sentiero di campagna, le auto che passano per la strada e pensare che, banale e incredibile a dirsi, tutto continuerà uguale quando tu non ci sarai più. Se poi si ha la fortuna di saper trasformare tutto questo in una letteratura purissima, scritta in prosa limpida e leggera, capace di far trasparire la complessità e la fragranza del mondo dietro aneddoti di disarmante semplicità quotidiana, ecco che commuove e insieme diverte rileggere oggi quelle divagazioni che non divagano affatto, ma anzi approfondiscono lo scavo conoscitivo della vita, della vecchiaia e della morte senza prenderle di petto. Con l’aria svagata di chi, per l’appunto, parla d’altro. Come se l’io narrante raccontasse quello che accade a un’altra persona, con una ludica lucidità che affascina per l’armonia di come sa suggerire gli acciacchi e le pene del tempo che scorre, senza però farne pagare al lettore la pesantezza. Regalandogli tutto il bello e risparmiandogli l’uggia e il lamento. Questione di stile. La sobrietà con cui ricorda i propri antenati di Sondrio e la struggente Trattoria Buzzi immortalata in una suggestiva foto, l’eleganza con la quale paragona il passeggio visto dal tavolo di un bar a un film di Andy Warhol, “incantato da quel fluire continuo di sconosciuti”, l’apparizione campestre di un coniglio dall’orecchio piegato all’ingiù, che gli ricorda Maurice Chevalier, che “sembrava lì lì per cominciare a cantare, in francese naturalmente”, sono le insegne di una cifra stilistica nobilissima, capace di coniugare miracolosamente il minimalismo e il massimalismo. Oggi quasi del tutto dimenticato, Aldo Buzzi vive ancora, colto e arguto, in queste pagine, governate da una sovrana ironia che nasconde, dietro i piccoli gesti e i dialoghi più comuni, la meraviglia di esistere.

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

Maurice Chevalier, che “sembrava lì lì per cominciare a cantare, in francese naturalmente” (da PARLIAMO D’ALTRO – Editoriale di Fabio Canessa)

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