Il momento forse più elevato dello Sturm und drung tedesco fu la tragedia “Kabale und Liebe. Ein bürgerliches Trauerspiel”, scritta da Schiller nel 1783, “Intrigo e amore. Una tragedia borghese”. Era in realtà un rifacimento romantico del Romeo e Giulietta e fu utilizzata 60 anni dopo da Salvatore Cammarano per scrivere il libretto di quel capolavoro musicale che fu il “Luisa Miller” Di Giuseppe Verdi.
Opera famosissima principalmente per l’aria “Quando le sere al placido” – cantata dai più grandi, da Caruso a Beniamino Gigli, da Mario del Monaco a Pavarotti, da Placido Domingo al nostro Francesco Demuro – nella quale a causa di una menzogna Rudolfo accusa la sua amata Luisa d’averlo tradito.
In realtà la mitologia degli amori impossibili è il grande topos della letteratura erotica di tutti i tempi, a iniziare dal mito di Narciso nella Teogonia di Esiodo, per proseguire con l’ode alla gelosia di Saffo mirabilmente tradotta da Catullo nella sua “ille mi par esse deo videtur”, proseguendo poi con il quinto Canto dell’Inferno nel quale Dante mirabilmente racconta la storia di Paolo e Francesca.
Ma lo stesso Shakespeare attinge per il suo capolavoro da racconti a lui precedenti. Non conosceva sicuramente Giamblico, che scrisse una storia quasi identica nei Babyloniaka (terzo secolo dopo Cristo), attingendo dalla storia di Piramo e Tisbe che abbiamo letto nelle metamorfosi di Ovidio (di tre secoli più antica) e che comunque Shakespeare non conosceva.
Conosceva invece quasi certamente le novelle italiane sui Capuleti e i Montecchi, la cui storia è accennata sempre da Dante nel sesto canto del Purgatorio e poi scritta in modo più ampio da Masuccio Salernitano in Mariotto e Ganozza , ripreso poi da Luigi da Porto e quindi da Matteo Bandello.
È probabile però che Shakespeare l’abbia ripresa da Arthur Brooke che pubblicò nel 1562 “The Tragicall Historye of Romeus and Juliet”, un terribile poema di tremila versi fortunatamente mai tradotto in italiano.
Sugli amori infelici, Giovanni Boccaccio costruisce la quarta giornata, una delle più prodigiose del Boccaccio.
In realtà l’amore contrastato è il grande tema della nostra esistenza di esseri umani.
Nessuno sa cosa realmente amore sia se non soffre per averlo. Come un buon vino, che nasce solo dalle uve le cui vigne hanno sofferto freddo, intemperie e siccità.
Ricordiamoci che il capolavoro di Francesco Hayez è proprio la sua moderna interpretazione di Romeo e Giulietta in quel quadro struggente che è “l’ultimo bacio”, religiosamente custodito nella Pinacoteca di Brera quattro sale avanti alla famosa pala di Piero della Francesca.
Loisu Matta, parroco di Gergei, nacque un anno dopo la prima rappresentazione dell’opera verdiana, ed esattamente l’8 settembre del 1851 a Nuragus.
Lui, senza conoscere Schiller, si ispirò teneramente alla “Luisa Miller” quando compose la commedia “Sa coia de Pitanu”, nella quale compare quella bellissima poesia dal titolo “totu in manu mia tengu duas arrosas”, sulle pene d’amor perdute.
La grandezza della pena d’amore di don Loisu Matta consiste però soprattutto nel fatto che lui mai amore carnale conobbe né mai il suo cuore palpitò per soggetto diverso da Dio.
Ma il sentimento che dell’amore sta alla base prescinde dall’amore stesso.
Un po’ come la mia straordinaria passione per il vino pur essendo praticamente astemio.
Coltivo la vigna, produco il vino, lo curo, lo seguo come un bambino e poi lo dono: a berlo quasi non riesco. Lo metto in bocca e lo sputo, giusto per sapere come è uscito.
Allo stesso modo di amore mi appassiono pur nella mia superba e assoluta solitudine.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



