UN NOBEL OMERICO


Editoriale del 20 ottobre 2026

Al suo traduttore italiano, Patrizio Ceccagnola, che le chiede la rilevanza dei classici nel mondo contemporaneo, Anne Carson risponde: “Invece di preoccuparci della rilevanza dei classici, potremmo riflettere su come rendere noi stessi rilevanti per i classici”. Il rovesciamento di prospettiva è quello di Iosif Brodskij, che diceva di scrivere “per compiacere un’ombra”, cioè per essere apprezzato dai poeti del passato, da Orazio a Auden. Il Premio Nobel si conferma il premio più serio del mondo: dopo scrittori eccellenti come Jon Fosse, Han Kang e Laszlo Krasznahorkai (unica imbarazzante eccezione, la sopravvalutatissima Annie Ernaux), nell’anno dell’Odissea di Christopher Nolan vince giustamente Anne Carson, che del film che ha caratterizzato il 2026 costituisce il pendant poetico. Quanto Nolan ha riportato in gran spolvero Omero, confezionando per le platee popolari di tutto il mondo una versione spettacolare delle avventure di Ulisse, al passo coi tempi e di tecnica strabiliante, tanto Anne Carson, docente di greco nelle università canadesi e americane, ma soprattutto poetessa sopraffina, ha riconciliato con la classicità gli intellettuali contemporanei e le avanguardie letterarie. Una classicità da lei studiata e profondamente assimilata si mescola, si confronta, contrasta e si fonde con i miti di oggi e la vita personale della stessa Carson, sprigionando scintille. Lontana anni luce dalla Grecia neoclassica della bellezza ideale e dai marmi di cartapesta, la classicità della Carson contiene tutta la complessità, le contraddizioni e la profondità di Eschilo, Sofocle ed Euripide, applicate però all’esperienza quotidiana contemporanea, quella del vissuto personale e della cultura pop, fresca e fertile perché liberata dalla polvere accademica e dal rispetto reverenziale che la congela. Lontana anni luce anche dagli squallidi anacronismi di chi ambienta a cazzo di cane il Rigoletto tra i gangster e La Traviata in mezzo a hippies in jeans. Anne Carson mescola il mito con la realtà, friziona la malattia della madre o la morte del compagno con i versi immortali sul dolore scritti 3000 anni fa, provoca corti circuiti sorprendenti tra Elena di Troia e Marylin Monroe, Antigone ed Hegel, Aristofane ed Hemingway. La sua poesia, esente da affettazione e retorica, delizierà gli esploratori delle novità e i palombari del pensiero, che troveranno un tesoro da studiare (non da leggere e basta, sennò addio al tesoro) e da abitare (non da capire, la quadratura razionale è il cancro della poesia). Poesia tutt’altro che facile, sembra fatta apposta per gli schifiltosi che hanno snobbato Nolan: qui troveranno pane raffinato per i loro nobili denti. I cuori semplici che hanno esultato nei cinema affollati, abbiano la pazienza di aspettare: dopo il Nobel alla Carson, tra pochi mesi arriverà l’Oscar per Nolan.  

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“Anne Carson risponde: “Invece di preoccuparci della rilevanza dei classici, potremmo riflettere su come rendere noi stessi rilevanti per i classici”. Il rovesciamento di prospettiva è quello di Iosif Brodskij, che diceva di scrivere “per compiacere un’ombra”, cioè per essere apprezzato dai poeti del passato” Da UN NOBEL OMERICO – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)


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