«Il giorno eterno», così il titolo di una pagina commemorativa del 7 ottobre di tre anni fa (Corriere 7 ott., p. 14-15). Al primo sguardo, mi è subito venuto in mente il titolo del film sullo sbarco in Normandia, «Il giorno più lungo», con la sua scelta poetica di significare l’importanza di quel giorno immaginandone una maggiore e inverosimile durata.
«Fermati, sole, su Gàbaon, e tu, luna, sulla valle di Àialon», sono le parole che il libro biblico di Giosuè cita da un libro più antico e andato perduto, «Il libro del Giusto», ricordando l’importanza di una vittoria “totale”, al momento in cui il popolo, uscito dall’Egitto, entrava nella “terra promessa”:
«Non è forse scritto nel libro del Giusto?
Stette fermo il sole nel mezzo del cielo,
non corse al tramonto un giorno intero.
Né prima né poi vi fu giorno come quello…». (Giosuè 10,12-14)
Sarebbe bastato un minimo di sensibilità poetica per evitare a questo testo antico, diventato biblico, l’infelice destino di essere usato per dimostrare che il sole gira attorno alla terra o che la terra è piatta. Richiesta forse eccessiva per il tempo di Galileo, ma purtroppo ancora attuale per tutti i lettori fondamentalisti di oggi, ma soprattutto per quelli che credono nel “dio che non esiste”, e leggono la bibbia solo per trovarvi errori.
Ma parlare oggi del “sette ottobre” come di un “giorno eterno” ha forse lo stesso senso poetico del “giorno più lungo”? Il mio richiamo al titolo del film e al “Fermati, sole, su Gàbaon” sembrava illuminante, ma soltanto a prima vista e come passo interpretativo. Nel titolo giornalistico, quell’aggettivo del giorno “eterno” non sembra suggerire una liberazione simile a quella rievocata dal giorno “più lungo”.
Chi scrive l’articolo è lo scrittore israeliano Etgar Keret, figlio di genitori sopravvissuti all’Olocausto, noto per i suoi “racconti brevi” in cui mette la società israeliana di fronte alle sue contraddizioni. Il concetto di autodifesa preventiva porta a vedere sempre nuove minacce esistenziali: «Non c’è mai stata carenza di minacce esistenziali per il popolo ebraico. Giusto nelle scorse settimane siamo stati aggrediti da una nuova minaccia particolarmente pericolosa, sotto forma di un documentario titolato ‘Naza’». Ecco la sua amara ironia: «Dopo aver sgominato centinaia di terroristi armati e resistito a innumerevoli missili iraniani, la nostra coraggiosa nazione si trova ora a dover affrontare una nuova arma non convenzionale chiamata riflessione. Invece di attaccarci sguainando coltelli, questi registi israeliani che odiano sé stessi usano uno specchio con cui cercano di costringere i pochi israeliani abbastanza coraggiosi da guardarlo, a vedere sé stessi; a contemplare le conseguenze delle loro azioni. E della loro inazione. E tutto questo, mentre il massacro a quanto pare continua».
Porteranno frutto questi inviti alla riflessione? a guardarsi nello specchio? Inviti che si possono estendere facilmente a ogni contesto di guerra e a ogni minaccia percepita. Parlare di “giorno eterno” non richiama più una liberazione attesa, ma il timore di un conflitto senza fine. Il 7 ottobre «non è una data o un evento limitato nel tempo, ma uno stato d’animo. E con o senza Netanyahu, temo che possa non finire mai».
Ma l’antico salmista,
che conosceva il dolore di un popolo
lontano dalla propria terra,
non si rassegnava:
«Fino a quando, Signore…?» (Salmo 89,47)
«Ritorna, Signore: fino a quando?» (Salmo 90,13)
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
«Non c’è mai stata carenza di minacce esistenziali per il popolo ebraico. Giusto nelle scorse settimane siamo stati aggrediti da una nuova minaccia particolarmente pericolosa, sotto forma di un documentario titolato ‘Naza’». Ecco la sua amara ironia: «Dopo aver sgominato centinaia di terroristi armati e resistito a innumerevoli missili iraniani, la nostra coraggiosa nazione si trova ora a dover affrontare una nuova arma non convenzionale chiamata riflessione. – Da Salmo 575 QUANDO UN GIORNO NON FINISCE – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



