Andare alla Festa del Cinema di Roma con il medesimo spirito con cui si va a Cannes, a Venezia o a Berlino significa non avere capito nulla. Non per niente quelli si chiamano Festival o Mostra d’arte cinematografica e quella di Roma si chiama Festa. A Venezia i critici protestano perché 22 film in concorso sembrano troppi, a Roma i film proiettati sono stati 194 tra tutte le sezioni (65 in più di Venezia, tenendo conto di tutte le retrospettive e i film fuori concorso). Impossibile vederne neppure la metà, anche se un disgraziato non facesse altro che passare da una sala all’altra dalla mattina alla sera. A Cannes i cinefili arricciano il naso se passa tra le maglie della selezione un’operina appena appena commerciale, a Roma si alternano nella stessa sala un documentario su Ingeborg Bachmann e l’ultimo film di Vanzina, l’anteprima di una serie Netflix e la proiezione di un classico di Lubitsch. In tutti i Festival (perfino a Sanremo) la cosa più importante è la premiazione con la Palma o con il Leone del vincitore, che rimarrà a futura memoria nella storia. A Roma neanche gli organizzatori si ricordano i titoli dei vincitori delle passate edizioni, alcuni dei quali non sono mai stati neanche distribuiti in Italia. L’importante è farsi una grande scorpacciata di anteprime e retrospettive, capolavori e flop, opere sperimentali e trash buzzurri, da cui si esce sazi e divertiti. Io ho visto una trentina di film in una dozzina di giorni e li ho digeriti che è una bellezza. La varietà dei generi e della qualità (ma la media è stata decisamente buona) fa sì che l’appetito venga guardando. Nessuno punta su qualche vincitore, del concorso non sembra fregare niente a nessuno, casomai si accalcano nei pressi del red carpet per vedere da vicino Julianne Moore o Javier Bardem. In prospettiva futura, è un’esperienza che si dimentica presto, perché la memoria si sfolla e non ricorderemo più che quei film li abbiamo visti in quel contesto. Ma nel presente la Festa del Cinema è il più scoppiettante fuoco di fila di proiezioni eterogenee, affastellate e scriteriate (nel senso letterale, perché manca un criterio che presiede al programma), e proprio per questo il più spassoso.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



