Quando ero bambino, babbo ricevette una multa di 100.000 lire, esorbitante per quei tempi, senza capire perché. Pur essendo di intelligenza raffinatissima, aveva appena la seconda elementare e il burocratese non lo capì mai.
Lesse la multa ma non comprese.
Quindi andò dal sindaco, che era più colto di lui avendo frequentato per sei mesi anche la terza elementare.
Quei 150 giorni di studio in più (tolte domeniche e festivi) non consentirono però neppure al primo cittadino di comprendere un ette.
E insieme andarono dal parroco.
Che sapeva messe e breviari ma di legge ne capiva anche meno di un ette.
Però conosceva un avvocatuccio di città e diede a babbo un bigliettino di presentazione.
Il preoccupato genitore – la multa valeva circa quanto 30 pecore – l’indomani mise in moto la sua Seicento e partì.
L’azzeccagarbugli lo tranquillizzò sostenendo che si trattava di un arbitrio statale facilmente smontabile a processo. E si fece dare 50.000 euro d’acconto garantendo che lo Stato avrebbe rimborsato.
Babbo, felice come una Pasqua, vide in piazza un tizio che vendeva angurie e ne comprò una enorme.
Per noi, paese d’alta montagna dove anche i limoni si rifiutano di albergare, l’anguria era frutto esotico.
La portò a casa, la mise in fresco nella fossa delle castagne e a pranzo la gustammo mentre ci raccontava di quanto questo avvocato fosse capace.
Un mese dopo, il giorno prima dell’udienza, babbo tornò dal leguleio, il quale gli disse d’aver parlato col pretore, naturalmente amico suo, e che era tutto a posto.
Si fece dare altri 50.000 euro d’acconto e babbo comprò un’anguria ancor più grande e dolce di quella precedente.
A cena, felice come Pasqua e Pasquetta insieme, ci narrò tutto nei dettagli mentre gustavamo il nobile frutto del Campidano.
L’indomani andò in città ma all’udienza l’avvocato non si presentò.
Il pretore urlò una serie di frasi che a babbo parvero improperi (“nieddu pighidu”, descrisse babbo il fosco magistrato) e lo condannò a pagare le 100.000 euro più altri 50.000 di spese processuali.
In totale 150.000 più 100.000 all’avvocato, un quarto di milione di lire, una cifra che valeva quanto 80 pecore.
Babbo tornò a casa triste e umiliato.
Mamma dalla finestra lo vide arrivare a mani vuote e testa china e, rivolgendosi a noi, ci disse: “Non ha preso l’anguria: deve essere andata male. Non fiatate”.
L’indomani babbo prese una storica decisione: trasferire a Cagliari la famiglia per farci studiare.
“Non voglio che i miei figli possano venire imbrogliati da ogni pezzente perché non conoscono la legge”, disse a mamma.
Fu così che io e mio fratello diventammo borghesi.
Grandi borghesi, come babbo desiderava.
Benedisse per sempre quella multa.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Babbo, felice come una Pasqua, vide in piazza un tizio che vendeva angurie e ne comprò una enorme”. Da BABBO E L’ANGURIA – Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



