Mentre giornali e telegiornali seguono le vicende del ricovero in ospedale del papa, sono andato a rileggere il Salmo biblico 41, considerato appunto come la preghiera di un malato. A sorpresa, il salmista comincia non parlando di lui, ma dicendo “beato” chi si prende cura di quelli come lui:
2 Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.
3 Il Signore veglierà su di lui,
lo farà vivere beato sulla terra,
non lo abbandonerà in preda ai nemici.
4 Il Signore lo sosterrà sul letto del dolore;
tu lo assisti quando giace ammalato.
A ben vedere, non dovevano essere in molti a prendersi cura di un malato, in un tempo in cui ben poche e inefficaci erano le cure mediche, e in più era diffusa la convinzione che i malati, soprattutto di certe malattie, erano da isolare, sia per motivi igienici, sia perché sospettati di essere “castigati” per qualche loro colpa.
Non è così sorprendente che, tra le beatitudini promesse, ci sia quella di non essere abbandonato da Dio «in preda ai nemici», questi, sì, molto numerosi e talvolta mascherati da falsi premurosi, come appare dal quadretto realista che lo stesso malato descrive:
6 I miei nemici mi augurano il male:
«Quando morirà e perirà il suo nome?».
7 Chi viene a visitarmi dice il falso,
il suo cuore cova cattiveria
e, uscito fuori, sparla.
8 Tutti insieme, quelli che mi odiano
contro di me tramano malefìci,
hanno per me pensieri maligni:
9 «Lo ha colpito una malattia infernale;
dal letto dove è steso non potrà più rialzarsi».
Come se non bastassero i nemici, ecco il tradimento perfino degli amici, in un versetto che nei vangeli sarà applicato a Giuda nei confronti di Gesù:
10 Anche l’amico in cui confidavo,
che con me divideva il pane,
contro di me alza il suo piede.
A questo punto, lascio ai benpensanti il piacere di scandalizzarsi a buon mercato sentendo il malato pregare Dio che, una volta ristabilito, possa restituire ai nemici quanto meritano:
11 Ma tu, Signore, abbi pietà, rialzami,
che io li possa ripagare.
12 Da questo saprò che tu mi vuoi bene:
se non trionfa su di me il mio nemico.
Da notare, però, che la traduzione «che tu mi vuoi bene» banalizza il senso del verbo ebraico sottostante «che tu trovi gioia in me». Espressione tanto più significativa, se si tiene conto che il Salmo 41, ultimo del Libro Primo, fa eco al Salmo 1, iniziale di tutto il salterio, in cui era il salmista a «trovare gioia» in Dio. “Corrispondenza di amorosi sensi” di cui i traduttori italiani hanno avuto ancora paura. Ad essi vanno aggiunti i liturgisti romani che, per l’unica volta in cui hanno scelto questo salmo come responsoriale domenicale, hanno omesso sia tutta la parte dei nemici sia questa immagine di un Dio che trova gioia nel suo fedele. In fondo, se c’è chi ricorda solo le frasi bibliche di un Dio violento, è anche perché non ricorda le frasi contrarie, e non sempre per un suo difetto di lettura.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
2 Beato l’uomo che ha cura del debole:
nel giorno della sventura il Signore lo libera.” Da Salmo 576 CORRISPONDENZA D’AMOROSI SENSI – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



