L’ULTIMA SPECIE


Editoriale dell'11 settembre 2026

Nel campo della biologia, ci sono due luoghi comuni connessi, che mi lasciano perplessa.

Il primo è che Il nostro pianeta sta morendo. Sicuramente tra il cambiamento climatico, l’inquinamento, la perdita della biodiversità, la nostra Terra non se la passa benissimo. Ma non morirà. Più verosimilmente, moriremo noi, e lei se ne farà rapidamente una ragione.

È come se la specie umana fosse un parassita che aggredisce e consuma il proprio ospite. Solo che, a differenza di molti parassiti, noi non abbiamo un secondo ospite da colonizzare. E, a differenza di un organismo vivente che può soccombere all’infezione, la Terra non morirà: saranno probabilmente le condizioni che abbiamo creato a rendere sempre più difficile la nostra sopravvivenza.

Uccidere l’ospite, per un parassita, non ha alcun senso evolutivo a meno che da quella morte non ne derivi un vantaggio per il suo ciclo vitale. È quello che accade nel verme parassita Dicrocoelium dendriticum che infetta il corpo di una formica, arriva al suo ganglio sottoesofageo, l’equivalente del nostro cervello, e si impossessa del corpo della formica. A questo punto la formica “zombie” trova un bel filo d’erba, il più alto del prato. Senza indecisioni ci si arrampica, raggiunge la cima e lì pianta le sue mandibole in attesa di morire. E nel caso di questa formica, la morte arriva per mano, o meglio per bocca, di una pecora che, si ciberà di quell’irresistibile filo d’erba. Il parassita, infatti, per compiere il suo ciclo deve finire nello stomaco di una pecora e così riduce la formica a un burattino inanimato, il cui unico fine e quello di farsi mangiare dall’erbivoro. Noi stiamo usando la Terra, come il verme usa la formica, ma a differenza sua, non abbiamo ancora trovato nessuna pecora in cui continuare il nostro ciclo vitale. Peggio per noi, non per la Terra.

La seconda perplessità biologica è quella che descrive l’Homo sapiens come una specie vincente. Una specie che ha evoluto un meraviglioso cervello ipertrofico e, grazie a questo, ha conquistato il pianeta.

Anche questa convinzione è fragile. Il nostro cervello, un po’ come l’enorme palco posseduto dal cervo preistorico, il Megaloceros, probabilmente non decreterà la nostra estinzione, ma sarà un valido acceleratore della crisi. Molte specie hanno una durata evolutiva dell’ordine di milioni di anni. Le specie più longeve sono semplici e basiche: Il Nautilus la cui linea evolutiva esiste da circa 500 milioni di anni, o l’imperturbabile Celacanto, pesce presente in questi mari, da circa 400 milioni di anni.

Noi siamo arrivati da soli 300.000 anni. Se saremo ancora qui tra qualche milione di anni, allora vorrà dire che l’eccezionale sviluppo del nostro cervello ha conferito alla nostra specie un vantaggio evolutivo duraturo. Ma visti i risultati degli ultimi secoli, ne dubito.

In ogni caso, l’unica certezza è che non sarò qui per verificare. E questo un po’ mi dispiace.

Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)

“Nel campo della biologia, ci sono due luoghi comuni connessi, che mi lasciano perplessa. Il primo è che Il nostro pianeta sta morendo.” Da  L’ULTIMA SPECIE – Editoriale di Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)


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