In carcere che si fa se non si litiga? Si cucina e si mangia. E siccome io e Albo non abbiamo mai litigato, mangiavamo. Il giorno ci toccava una spettacolare pasta aglio, olio e peperoncino, la più diffusa in prigione perché la più economica, ma anche la più difficile.
Perché la complessità maggiore deriva dalla semplicità.
Si ottiene il semplice con difficoltà e si semplifica la difficoltà in modo complesso.
Per cui equilibrare i sapori di aglio, olio e peperoncino è ben più complicato che riempire dei fusilli di sugo di pomodoro, essendo il sapore una questione di rarefatto equilibrio.
“Come Carlo Gesualdo da Venosa”, dissi mentre gustavo la pasta soprapensiero.
“Come?”, mi domandò Albo.
“Dicevo che il sapore nobile di questa ignobile pasta deriva dalla rarefazione delle procedure per eseguire la ricetta. Un po’ come negli spartiti di Carlo Gesualdo da Venosa”.
“Hai centrato in pieno l’argomento: sottrarre l’inutile equivale al colmare di utile ciò che resta. Così la musica di Gesualdo, che è simbolo di futuri paludamenti, essendo servita a Bach come ai Rolling Stones. Ciò che conta è il senso, la centralità del pensiero.
Non dimentichiamoci che Carlo era coetaneo di Shakespeare e il sapore dei drammi di costui è racchiuso nella vita del principe da Venosa.
Si legge infatti negli atti del processo che nella notte del 16 ottobre 1590 nel palazzo di Sansevero, Maria, la moglie di Carlo, si preparava per la notte aiutata dalle sue ancelle Silvia Albano e Laura Scano. Le due serve uscirono dalla camera da letto della loro signora. Poco dopo Maria richiamò Silvia: voleva essere rivestita poiché aveva sentito un fischio, segnale che il Duca era appena arrivato. In attesa dell’arrivo dell’amante, Maria ordinò alla sua ancella di andare a dormire in una stanza accanto e di non uscire finché non l’avrebbe richiamata.
Nel frattempo anche Carlo si stava preparando a dormire aiutato dal suo guardarobiere Pietro Marziale, detto Bardotto. Durante la notte Carlo lo richiamò per chiedergli di portare dell’acqua dato che nella stanza non ce n’era più. Bardotto scese al pozzo del cortile e notò che la porticina che dà alla strada era aperta, fatto alquanto strano vista da tarda ora. Portò l’acqua al suo signore trovandolo rivestito perché voleva andare a caccia. Bardotto osservò che non era l’ora adatta e “il signor don Carlo rispose: «Vederai che caccia faccio io!»”. Prese allora delle armi da sotto il letto e le passò al suo servo e disse di seguirlo negli appartamenti della moglie: “«Voglio andare ad ammazare il duca de Andria et questa bagascia de donna Maria»”.
Carlo, Bardotto e altri tre uomini armati salirono le scale verso la camera da letto. Buttarono giù la porta. L’ancella Silvia stava dormendo quando si svegliò di soprassalto dal forte rumore. Aprì uno spiraglio della porta e vidde i tre uomini armati salire nella stanza della sua signora e sentì due spari accompagnati da un grido: “«Eccolo qua!»”. A quel punto vidde passare Carlo Gesualdo con Pietro Bardotto che notò l’ancella spaventata e le intimò di non urlare. Nel frattempo Carlo e i tre uomini, Pietro da Vicario, Ascanio Lama e Francesco De Filippi, tutti fedelissimi del Principe, entrarono nella stanza di Maria. Bardotto sentì urlare il suo signore “«Ammaza, ammaza questo infame, et questa bagascia! A casa Gesualdo corna!». Uscirono dalla stanza ma ancora sull’uscio, Carlo ebbe un dubbio “«Non deve esser morta ancora»”. Tornò indietro e inflisse altre ferite al corpo della moglie.
In realtà Carlo non l’avrebbe uccisa se le convenzioni del tempo non l’avessero costretto.
Corna a casa Gesualdo?
Non si poteva.
E così finì la storia.
Togli l’inutile e riempie di utile il vuoto. Troverai la straordinaria melodia di uno dei più grandi musicisti di ogni tempo”.


