Ho appena finito di rileggere in latino il manuale di confessione che monsignor Jean Baptiste Bouvier scrisse nella seconda metà dell’ottocento per indicare ai sacerdoti cosa avrebbero dovuto chieder ai penitenti. Il titolo in italiano è “Venere e Imene al tribunale della penitenza”.
L’ho letto in latino non per pruderie intellettuale ma perché nell’unica versione italiana ci sono diversi errori di traduzione che in un certo qual modo hanno disturbato la mia serenità epesegetica.
È un libro fantastico.
Analfabeta sino ai 22 anni, monsignor Bouvier faceva il falegname a Saint-Charles-la-Forêt, un paesino della Loira che allora, nel 1685 contava 176 abitanti lui compreso.
Incerto fra la fame e la tonaca, abbracciò quest’ultima trovando la sua reale collocazione nel mondo.
Entrò quindi nel seminario di studiando in modo folle e disperatissimo: fu ordinato sacerdote nel 1808 e nominato poco dopo professore di filosofia nel Collegio di Château-Gontier. Nel 1811 divenne docente di filosofia e teologia morale nel seminario di Le Mans, dove diventò rettore nel 1819 nonché vicario generale della diocesi, incarico che ricoprì fino al 1834, quando fu consacrato vescovo di Le Mans.
Ossessionato dal sesso, 20 anni dopo – dopo aver scritto importanti opere teologiche – diede alle stampe questo manuale di confessione nel quale mise l’imene femminile al centro del peccato e lo processò con rigore artigiano come se stesse realizzando in legno una pala d’altare.
Due capitoli particolarmente mi intrigano. Il IV “Dei peccati di lussuria non consumati” e il il terzo brano del II capitolo che ha come titolo “della polluzione notturna non volontaria”, che comunque da lussuria origina.
Il libro è un capolavoro in sé. Scritto benissimo, colto, motivato e lo avrei imposto per legge a stupratori e femminicidi.
Non solo non lo ritengo un arretrato trattato di rigore sessuofobo ma al contrario un manuale dove si racconta la tenerezza dell’amore vero ponendola davanti agli occhi di Dio.
Benché mi sia vietato dalle mie gravissime condizioni di salute, stanotte l’ho letto mentre spiluccavo uva passa sotto spirito.
Che è buona e rende felici in situazioni ottimali ma velenosa e mortale per chi non ha lo stomaco per digerirla (come me) ed è deleteria quando se ne mangia troppa (come ho fatto io).
Esiste nella passione un senso del limite, superando il quale si prova certamente una assoluta ebbrezza che spesso grava sull’innocente.
Il problema è capire chi innocente è.
E per svelare l’inghippo occorre porsi senza condizionamenti davanti al Tribunale dell’imene,
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Ho appena finito di rileggere in latino il manuale di confessione che monsignor Jean Baptiste Bouvier scrisse nella seconda metà dell’ottocento per indicare ai sacerdoti cosa avrebbero dovuto chieder ai penitenti. Il titolo in italiano è “Venere e Imene al tribunale della penitenza”. – Da IL TRIBUNALE DELL’IMENE – Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



