GIUSEPPE FLAVIO E MASADA


Editoriale del 16 febbraio 2025

Era Giuseppe Flavio un ebreo rinnegato che per salvare se stesso si unì agli invasori tradendo però anche questi in nome dei suoi. È considerato di volta in volta traditore o santo, a seconda del punto di vista.

A Masada c’è un giardino prodigioso e di incanto. Gli ebrei resistettero due anni all’invasione romana su quella roccia che guarda sul mar Morto. Si dissetavano bevendo la rugiada che si depositava negli ampi otri e raccoglievano il poco che donavano gli orti custoditi nel piccolo altipiano fortificato. Quando l’esercito romano decise di realizzare una specie di autostrada con vista in pendenza per arrivare sin lassù, si fece scudo di schiavi giudei in modo che per obbligo religioso gli abitanti non potessero uccidere i loro fratelli innocenti. Stettero alcuni giorni a pensare al da farsi. O assassini, o schiavi. Optarono per la terza via. Ogni padre uccise nel sonno  i suoi figli e poi la moglie, in modo che non esistesse doloroso risveglio ma solo pace tra la veglia e il sogno. Poi il più saggio sgozzò tutti gli altri dandosi infine la morte da solo.

Un padre commise un’empietà. Si rifiutò di obbedire all’orrore e salvò il piccolo bambino di sua moglie. L’unico che poté almeno in parte raccontare questa tragedia. Il bimbo si chiamava Giuseppe e aggiunse al nome paterno quello di Flavio in onore della gens romana Flavia che lo adottò.

Secondo quartetto 13 in Si bemolle maggiore. Opera in sei movimenti, senso di letizia e libertà dello spirito.

Pensate un po’ a come poteva scrivere Giuseppe Flavio la storia di Masada. Non fu facile scrivere la verità. Se stare dalla parte degli oppressi o da quella degli oppressori avendo guadagnato lui entrambe le qualità.

Josef ben Mattia fu testimone di quei fatti. Era Asmoneo, figlio di un sacerdote israilita e fu fariseo.

Forse divenuto amante di Poppea si innamorò della cultura dei romani restando affascinato dalla loro idea di impero. Tanto che fu premiato col governatorato militare della Galilea. C’è un problema per Giuseppe, quando durante quella guerra convinse gli abitanti a suicidarsi per non morire di schiavitù.

Ne nacque un problema più matematico che etico. In effetti il calcolo fu ciò che gli complico la vita e gliela salvò.

Giuseppe Flavio salvò la sua vita profetizzando il futuro di Vespasiano e offrendogli inoltre la sua viltà. Infatti venne usato dai romani per fare propaganda contro la resistenza degli ebrei. I suoi nemici furono sostanzialmemte i sicari, cioè quei terroristi veloci che ammazzavano i nemici con una sica, la corta spada. Spesso uccidendo gli stessi collaborazionisti giudei, combattendo come nemici i loro fratelli disposti a sottomettersi ai romani.

Quartetto numero tredici in Si bemolle maggiore. Opera 130.

Si basa questo piccolo capolavoro su un concetto tecnico di umanità, ed è ispirato da un poeta e filosofo che Beethoven amò molto, Schiller, un personaggio incredibile che divenne medico per potersi mantenere come poeta.

È considerato uno dei padri nobili del Romanticismo e alcune sue poesie hanno uno spessore filosofico talmente profondo da superare il concetto di dignità per raggiungere la grazia. Sosteneva Schiller che la bellezza fa rivivere nell’uomo l’ideale pedagogico del bello e del buono per recuperare la anima perduta procurata dalla moderna società basata sulla divisione del lavoro, a causa della quale si sacrifica nel denaro l’umanità. Uno dei libri più belli che di lui ho letto è scientifico e si intitola Resoconto sulla malinconia di Gramont.

Annota i momenti di depressione del suo amico cercando di individuare una relazione fra la mente e il fisico e inventando di fatto la psicoterapia. In questo quartetto la sublime bellezza del concetto diventa senso di letizia, cioè suprema libertà dello spirito che col forte braccio della passione ci consente di uscire dall’abisso del nostro cuore. Pensate allo splendore della cavatina che trasferisce gli echi della danza tedesca in un divertimento d’eccezione.

Un giorno il principe voleva obbligare Beethoven ad esibirsi al piano per alcuni ufficiali francesi ospiti del suo castello e nemici quindi della Slesia, quella regione dell’Olanda da cui la sua famiglia arrivò. Il genio lo guardò.

Suo nonno era un fiammingo povero e contadino ma che fece della dignità la sua vera anima e gli rispose:

“Voi siete principe a causa della vostra nascita. Ciò che io sono lo sono per me. Principi ce n’è molti e ancor di più il mondo ne farà. di Beetohoven ci sono soltanto io”.

E se ne andò.

Perse tutto ciò che di materiale aveva conquistato: denaro gloria e visibilità. Ma affrontò alla gola il suo destino. Tanto che in quel periodo realizzò la Quinta sinfonia. Ancora ci sentiva.

Ricordate quanto ascolterete gli ultimi quartetti che lui fu tutto questo. Una somma di indiscussa virtù e di eccezionale capacità. Fu arrogante perché principe fu per se stesso. E si poteva permettere questo e il resto. Di Giuseppe Flavio possiamo dire l’inverso. Ed è spesso sulla sua figura che nasce il pregiudizio sull’ebreo, cioè estremamente contorto, complesso, senza mai capire se fosse nel giusto o all’inverso. Io lo adoro perché cercò di sopravvivere ricostruendo la sua dignità attraverso un canone controverso. Alcuni sostengono per esempio – ma non credo – che sia lui quel Giuseppe d’Arimatea che fece scendere dalla croce Gesù. Lo scrive nella sua autobiografia quando racconta che dal crocefisso uno sopravvisse alla sua morte. La verità è che fu concreto. Sapeva che niente sarebbe stato possibile per il suo popolo se non avesse trattato con l’invasore, di lui ben più forte ed esperto. E non sarebbe bastata la protezione del signore per salvare gli ebrei da un destino avverso.

Pensavano i sicari di poter avere la meglio su un popolo che aveva conquistato terre e mari tenendo il mondo ad un gioco stretto.

È questa la follia degli umani: non capire che c’è qualcosa di diverso rispetto al loro particolare. La scrittura di Giuseppe è limpida.

Racconta una verità esemplare ed è trattato da traditore dai suoi e da mistificatore dai romani.

Dissero gli ebrei che fosse un vile.

E i dominatori penavano invece che volesse salvare quelli della sua razza.

Fu ambiguità?

Forse, è possibile.

La sua però è una cronaca perfetta.

Tutto viene raccontato senza fretta e senza alcuna apparente partecipazione. Narra esattamente cosa pensa che sia giusto.

Dice la verità e non è creduto.

Perché la verità fa sempre male.

C’è ovunque un fondo di ragione che poi si deve interpretare in un verso o nell’altro perché non esiste una ragione in mezzo.

Occorre riflettere e pensare su quale sia la soluzione migliore non per dire ciò che è – perché questo nessuno lo saprà mai – ma semplicemente per spiegare ciò che deve essere.

È  la questione dell’arco.

Si pensa sempre che sia la freccia a uccidere l’uomo. E invece la morte è stata decisa da chi ha scoccato il dardo.  Occorre comprendere la causa per ragionare sull’effetto. Altrimenti le nostre sono parole pronunciate invano, al vento, prive di qualunque utilità. Non c’è ragione in mezzo che ragione non saprà. È inutile chiedere chi ha vinto e chi ha perso e anche chi sopravverrà nello spettrale gioco del compromesso.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Perse tutto ciò che di materiale aveva conquistato: denaro gloria e visibilità. Ma affrontò alla gola il suo destino. Tanto che in quel periodo realizzò la Quinta sinfonia. Ancora ci sentiva.” Da GIUSEPPE FLAVIO E MASADA – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

« Archivio »

  • MANIFESTO DI ARISTAN


    ANTEPRIMA
  • PROMO ARISTAN ROBERTO PEDICINI


  • INNO


  • IL TEMPO DEI TOPI DI FOGNA


  • CIAO NADIA