PAROLA IN CODICE G.H.I.G.H.I. UNA SPY-STORY


Editoriale del 13 giugno 2025


Gianfranco Ferretti era uno dei “rinnegati” che, nel ’69, avevano lasciato il PCI per costituire il gruppo del Manifesto. Poiché allora il politico era anche personale, Gianfranco aveva rotto anche con il suo Maestro Ettore Biocca, potente Barone Rosso dell’Università di Roma, anch’egli membro del PCI. Così, il maoista Ferretti fu spedito a Cagliari a insegnare parassitologia: una cattedra senza locali, senza laboratori, senza fondi.

Lo ospitai nel mio Istituto di Farmacologia, all’ultimo piano del palazzo degli Istituti Biologici in via Porcell: 92 scalini di marmo, una sfida non da poco per Gianfranco Ferretti, che fin da bambino era stato paralizzato alle gambe dalla poliomielite. Ma le altezze non lo scoraggiavano: raggiungeva il suo nuovo laboratorio sulle spalle di un amico, di un collega, di uno studente!

Un giorno Gianfranco Ferretti mi chiese uno strano favore: ospitare in casa mia un fuoriuscito pakistano, un giovane professore di storia di una delle università di Islamabad. Un sovversivo ricercato dalla polizia del suo paese, allora governato dai militari. Gianfranco mi spiegò che la sua casa a Sestu non era sicura, perché “attenzionata” dalla polizia. Dovevo nascondere quel sovversivo solo per qualche giorno, poiché il suo trasferimento in Francia era già pianificato.

Sa’id, così come era scritto nel suo passaporto, aveva 28 anni, carnagione scura, capelli neri lisci, occhi castani e un’altezza di 1,68 m (questo dettaglio avrà importanza in seguito). Andai a trovarli a Sestu: Sa’id corrispondeva perfettamente alla descrizione fisica del suo passaporto. Parlava inglese con accento oxfordiano, con una voce garbata e gradevole. Quella “creatura graziosa e benigna” non aveva per nulla l’aspetto del pericoloso terrorista del mio immaginario!

Dovevo portarlo a casa mia in “assoluta segretezza”. Non possedevo un’automobile, tantomeno con vetri oscurati come si conviene in una spy-story. Lo caricai sulla mia motocicletta: nel buio della notte non lo avrebbero individuato.

Sa’id fece una buona impressione anche su mia moglie, che mi perdonò l’intrusione a condizione che fosse solo per qualche giorno. Lo confinammo in una stanza con bagno e, la mattina dopo, gli offrimmo la colazione, un cambio di biancheria e una grossa radio per ascoltare le notizie di politica internazionale.

Passarono giorni, ma nessun segnale arrivava da Parigi. La clausura si fece meno severa: Sa’id pranzava con noi, divertiva i bambini e si era perfettamente integrato nella famiglia. Aveva capito che non lo inseguivano agenti segreti, ma solo i miei tre figli, che non lo perdevano mai di vista.

Scherzando, un giorno gli chiesi: “Sei sicuro di essere un pericoloso sovversivo? Non ne hai l’aspetto, non pratichi arti marziali e non sai nemmeno andare in bicicletta!”

Nessuno aveva fretta che partisse. La clausura venne eliminata: Sa’id uscì di casa per esplorare le vie di Cagliari insieme ai miei tre figli, che gli insegnavano l’italiano.

Finalmente arrivò il segnale meno atteso. Ferretti mi chiese di ritirare il passaporto per Sa’id a Milano. Dovevo digitare un numero segreto da un telefono pubblico e pronunciare solo due parole in codice: “Sono Ghighi.”

Da un telefono pubblico di Linate digitai il numero. Mi rispose la voce di un bambino: “Chi parla?” “Sono Ghighi!” “Mamma, c’è uno che dice ‘Sono Ghighi’!”

Sentii la voce di una donna: “Chi parla?” “Sono Ghighi.” “Chi? Non capisco!”

Sussurrai: “Mi manda Ferretti.” “È per un passaporto? Glielo preparo subito, venga stasera.”

Mi recai all’indirizzo indicato. Mi accolse una giovane con un bambino accanto. Mi consegnò un passaporto appartenente a un egiziano con caratteristiche simili a quelle di Sa’id, ad eccezione di un particolare: l’egiziano era alto 1,70 m, due centimetri più di Sa’id. Per colmare la differenza, dovette comprare scarpe con un rialzo.

Consegnai il passaporto a Sa’id, lo accompagnai all’aeroporto di Cagliari e partì con un volo per Roma.

Non ho mai più avuto sue notizie.

Se leggerà queste righe, vorrei dirgli che lo ricordiamo tutti. Tranne mia moglie, purtroppo.

Ricordo con struggente nostalgia le sue storie sul Pakistan: quando parlava della sua patria e della libertà perduta i suoi occhi si velavano di lacrime e il suo volto mansueto assumeva l’aspetto di un pericoloso sovversivo.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)


“Dovevo portarlo a casa mia in “assoluta segretezza”. Non possedevo un’automobile, tantomeno con vetri oscurati come si conviene in una spy-story. Lo caricai sulla mia motocicletta: nel buio della notte non lo avrebbero individuato.” Da PAROLA IN CODICE G.H.I.G.H.I. UNA SPY-STORY – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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