IL VIAGGIO PERDUTO DI MIO PADRE


Editoriale del 22 giugno 2025

Percorro con la macchina i suoi passi.

Chi mi accompagna non capisce le mie lacrime.

Babbo nacque in una famiglia poverissima. Orfano sin da molto piccolo, non conobbe suo padre ma in compenso si gustò la miseria assoluta del dopoguerra.

Il fratello più grande faceva il pastore sui monti, da uomo, pur essendo ancora bambino.

Mentre cercava di spegnere un incendio lo videro i carabinieri e lo arrestarono capendo esattamente il contrario.

Era il 1946. Babbo aveva 10 anni, zio appena sei in più.

Appena ricevuta la notizia, nonna partì con babbo per Oristano in modo da poter trovare un avvocato per zio.

Diede fondo a tutti i suoi magrissimi risparmi e si fece prestare del denaro da tutto il vicinato.

Partirono a piedi nel cuore della notte verso la città che ospitava il Tribunale.

Esattamente 56 chilometri di mulattiere e percorsi selvaggi.

In montagna incontrarono due latitanti del mio paese che, impietositi dalla notizia, diedero a nonna una coscia di muflone arrosto da portare al detenuto disperato e li accompagnarono per un bel pezzo di strada.

Poi offrirono loro delle indicazioni sul cammino più agevole.

Arrivarono nella cittadina da loro sconosciuta dopo dieci ore di marcia ininterrotta e alle 8 del mattino entrarono nel palazzo della loro ingiustizia.

Trovarono un avvocatuccio – nonna era analfabeta, non conosceva l’italiano – e spiegarono il fatto.

Babbo taceva trafelato con i piedi insanguinati.

Nonna tolse dalla camicia del costume un sacchetto di stracci, lo aprì e provò a contare il denaro. Ma l’avvocato le portò via tutto dicendo che, come acconto, poteva bastare.

Andarono in prigione e portarono a zio la coscia di muflone, dicendogli di stare tranquillo.

Poi ripartirono per il paese.

Nonna trovò in una tasca 10 lire. Ma i due biglietti per tornare in paese col postale ne costavano 50. E quindi si avviarono a piedi senza essersi praticamente neppure seduti.

Dopo 18 chilometri e 3 ore di marcia incrociarono un altro postale.

Che per Desulo chiedeva 30 lire.

Troppo ancora.

Altri dieci chilometri, un altro postale: 20 lire, sempre il doppio di quanto possedevano.

Era estate, e c’era caldo.

Giunti a Nughedu, babbo vide per strada un fico grondante di frutti e provò ad afferrarne uno per spezzare i morsi della fame che lo attanagliavano da un giorno esatto.

Ma il padrone uscì immediatamente dal tancato con un bastone e lo minacciò facendolo fuggire.

Giunti a Sorgono, trovarono l’ennesimo postale.

Che si accontentava di dieci lire. Nonna stava per dare la banconota quando ci pensò su, guardò babbo e gli disse: “Figlio mio, abbiamo già fatto il più. Ci mancano meno di 3 ore per tornare a casa. Che dici, risparmiano questi soldi?”.

Babbo annuì.

E tornarono a piedi arrivando in paese nel cuore della notte.

In 24 ore ne avevano camminato 22, per un’ora avevano pianto in Tribunale e per un’altra ora avevano rincuorato in prigione il mio povero zio.

Che dopo due mesi di prigione fu assolto e dovette lavorare per un anno interno per rendere il denaro chiesto in prestito per l’avvocato.

Ciò che babbo non ebbe in beni di fortuna gli fu concesso da Dio con una rara e mirabile intelligenza che gli consentì di realizzare più di quanto avesse sognato.

Da grande comprò una terra piena di alberi di fico.

E ogni domenica ne raccoglieva alcune cassette i cui frutti regalava ai bambini  del vicinato e ai poveri che conosceva.

Percorro in fuoristrada tutti i 56 chilometri della sua infantile sofferenza.

E piango.

Inutilmente il mio autista cerca di capire perché.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Partirono a piedi nel cuore della notte” Da IL VIAGGIO PERDUTO DI MIO PADRE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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