Ho sempre considerato l’estinzione di una specie vivente, animale o vegetale che sia, come un enorme spreco. Un’imperdonabile miopia della nostra specie. L’ennesimo atto di arroganza e violenza di chi non ha ancora imparato cosa sia la convivenza ed il rispetto.
Da naturalista ho valutato con sgomento numeri, statistiche e previsioni. Vivendo in quella che viene definita la sesta estinzione di massa, l’enormità di questi dati spesso mi da’ un senso di vertigine ed impotenza.
Ma fino ad oggi, questa mia visione è sempre stata globale, generale.
Un piccolo, splendido libro che ho appena letto, mi ha regalato un’ulteriore interpretazione, tanto originale quanto triste.
“L’ultimo dei chiurli”, scritto da Fred Bodsworth, declina il dramma dell’estinzione, dal punto di vista personale di uno degli ultimi rappresentanti di una specie che si ritiene oramai estinta dalla metà del Novecento.
Il chiurlo eschimese, presente fino a fine ottocento in milioni di esemplari, migrava per circa 10.000 km, dalla Patagonia al nord del Canada, in enormi stormi, per nidificare. La stupidità dell’uomo, l’ha portato all’estinzione per semplice diletto.
Il chiurlo protagonista del libro, come un eroe di una tragedia greca, da quando è nato intraprende lo stesso estenuante, difficile viaggio, nella speranza di incontrare l’anima gemella con cui nidificare. Ma da anni il suo volo si compie in solitaria, sia all’andata sia al ritorno. Al suo arrivo nella tundra canadese, non trova nessuno da corteggiare. La sua brama di riprodursi, scema con il passare dei tramonti e delle albe, fino a quando l’accorciarsi delle giornate gli impone di tornare nei quartieri di svernamento in Patagonia e a riprovarci l’anno dopo. Ogni anno la stessa situazione, ma lui non demorde, non può, e ogni anno ripete gesti a vuoto. Inutili e tragici voli. Sempre solo.
Non ho mai realizzato che per ogni specie estinta ci deve essere stato un “ultimo”, un individuo che per mesi o anni è rimasto solo. L’ultimo dei sopravvissuti in un mondo dove non incontrerà mai più qualcuno in cui riconoscersi. Un naufrago su una zattera, con lo sguardo sempre volto all’orizzonte, in disperata e vana ricerca di un segno che lo rassicuri che non è rimasto solo.
Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)
“Non ho mai realizzato che per ogni specie estinta ‘ultimo’, un individuo che per mesi o anni è rimasto solo.” Da L’ULTIMO DEI CHIURLI – Editoriale di Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)



