Il problema di oggi ha le stigmate del rebus.
Per uscire di casa devo farmi di fentanyl.
Ma per farmi di fentanyl devo uscire di casa e andare al centro di terapia del dolore in ospedale.
Non riesco a uscire se non passa il dolore e non passerà il dolore se non riesco ad uscire.
E quindi, nell’attesa di trovare una soluzione opportuna, mi cimento in una serie di modi di dire che con me non funzionano.
Primo.
Un tempo di me gli amici dicevano che avevo fegato.
Ora non si può dire: me l’hanno messo nuovo e quindi è per sua definizione precario.
Secondo.
Mi si rivoltano le budella.
Non si può dire: me ne hanno tagliato quattro metri e se si rivoltassero quelle poche rimaste sarei all’altro mondo.
Terzo.
Ci vuole stomaco.
Ci vuole sì. La metà del mio si è sgretolata e me ne avanza un moncone. Ci vorrebbe dello stomaco, ma allo stato attuale non so come ricomporlo.
Quarto.
Respirare a pieni polmoni.
Non posso. Ne ho solo uno. E quindi, al limite, posso respirare “a pieno polmone”. Ma non troppo, altrimenti schiatto.
Quinto.
Finché c’è la salute.
Finché cosa? Io ho tutto fuorché la salute. Però, nonostante non abbia salute, sono incredibilmente vitale e ottimista.
Sesto.
Mi fa male da morire. Io godo, grazie al cielo, di inumani dolori. Eppure mica muoio: li affronto con fanciullesca allegria.
Settimo.
Per restare sani occorre mangiare poco.
Se io mangiassi poco sarei morto da quel dì. Il mio metabolismo basale è quintuplicato. Se mangiassi poco morirei subito.
Settimo.
Mens sana in corpore sano.
La mia mente è più o meno sana anche sei il corpo è letteralmente devastato e mi tengo in piedi solo grazie alla mente sana.
Ottavo.
Non è ancora giunta l’ora, Riferito all’ora di morire.
Altro che. Per me è arrivata 23 volte. Mi hanno dato per morto 23 volte. E per 23 volte mi sono salvato.
Nono.
Il miglior medico è il sonno.
Manco per niente. Il sonno è l’anticamera della morte. E io di morire non ho assolutamente voglia. Le malattie si curano restando svegli e lavorando più di quando si era sani. Infatti chi ha poca vita la deve sfruttare tutta, mica può perdere tempo fra le calde coltri.
Decimo e ultimo.
L’unica cosa certa è che ho palle.
Infatti, come riuscirei a sfidare la morte se non avessi palle? Io e lei siamo sempre l’uno di fronte all’altra. Lei mi aspetta e io, invece di fuggire, la affronto.
“Fatti avanti, se hai coraggio”, le urlo con voce ferma. Lei capisce che è tutto un bluff. E infatti si fa grasse risate. Perde tempo a ridere di me. E nel tempo da lei perso io vivo.
Ci vogliono palle, però, per guardarla in faccia senza paura.
E io palle ho.
Antonangelo Liori (pastore di Aristan)
“Primo.
Un tempo di me gli amici dicevano che avevo fegato.
Ora non si può dire: me l’hanno messo nuovo e quindi è per sua definizione precario.” Da IL DECALOGO BANALE DEL CONDANNATO A MORTE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



