Passeggiando sotto i portici di via Po a Torino, ho visto una bancarella che esponeva alcuni scaffali di vecchissimi libri della Bur, quei piccoli volumi bianchi della Biblioteca Universale Rizzoli che negli anni Cinquanta e Sessanta portarono nelle case degli italiani la letteratura universale. Per due euro compro “Il fabbro che non ci sente”, attratto dal titolo curioso e pochissimo ruffiano. Arrivato a casa lo leggo fino alle due di notte con entusiasmo crescente e ve lo segnalo oggi che è il giorno della Epifania, cioè dell’illuminazione, della rivelazione improvvisa, dei Dubliners di Joyce, della scoperta, avrebbe detto Montale, di una verità. Lo scrittore si chiama Kàlmàn Mikszàth, un ungherese dell’Ottocento, sicuramente meno noto di Dan Brown e Ken Follett. Almeno io, che sono tra i più colti in assoluto del settore, non l’avevo mai sentito nominare (e non lo nomino neppure adesso, perché ho difficoltà a pronunciarne il cognome). Il libro è una delizia, una carola di Natale, un affresco umanissimo che sembra coniugare l’umorismo social-esistenziale inglese di Anthony Trollope con il romanzo di formazione di provincia alla Guido Nobili, autore dello struggente “Memorie lontane”. Vi regalo qualche estratto per darvene un’idea. Dio: “un occhio che vede tutto e sa tutto e sente tutto: un occhio che, se una creatura bennata vi si affida fiduciosa, subito le sorride dolcemente, con la voglia di conforto; al contrario, quell’occhio si fa minaccioso, severissimo, quando è guardato da una persona cattiva”. Amore: “l’amore infelice è parco di parole, ma quello ricambiato non vuol che espandersi, vantarsi, esplodere”. Sono perle incastonate in un romanzo agrodolce, semplice e profondo, che racconta lo spettacolo di essere al mondo. Entro la settimana ordinerò su Amazon, eBay, Mare Magnum e compagnia brutta tutti i libri in italiano di Kàlmàn Mikszàth (tradotti nella prima metà del Novecento e oggi fuori catalogo) e vi consiglio di fare lo stesso per iniziare bene il nuovo anno. Mentre il mondo esplode, Putin bombarda l’Ucraina, Trump prende il Venezuela e vuole la Groenlandia, per tacere di israeliani e palestinesi, l’Epifania migliore ce la suggerisce Mikszàth, con queste parole, che voi sareste morti senza leggerle né conoscerne l’autore se io non avessi passeggiato in via Po ieri mattina: “A volte, mi prendeva all’improvviso la voglia di restar solo. Qualsiasi compagnia, di colpo, m’era di peso. Andavo in un angolo, il più recondito che ci fosse, e ci rimanevo per ore e ore, proprio così, a trovar le rime delle mie prime poesie, dei miei primi slanci lirici, e meglio li avessi sempre seguiti, voglio dire anche dopo, almeno avrei tenuto un altro po’ lontano la prosa della vita, questo perpetuo compromesso, questa selva di baratti”.
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“l’amore infelice è parco di parole, ma quello ricambiato non vuol che espandersi, vantarsi, esplodere” Da EPIFANIA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



