Mai prendere sottogamba le parolacce dialettali. È in loro e non nelle forme di cortesia che si annida il Dna della comunità, sprigionato con grande forza espressiva. I romani doc discettano dottamente sulla differenza, tutt’altro che sottile, tra “mi’ cojoni” e “sticazzi”, quasi interscambiabili per un orecchio non locale. Ancora più profondamente esistenziale si rivela una delle più diffuse locuzioni siciliane, “suca”. Per scandagliarne il significato Francesco Bozzi, filosofo come tutti i siciliani e dotato di un formidabile senso dell’umorismo, visto che è l’autore di Fiorello, ha scritto uno spassoso libretto, orchestrato in forma di dialogo, come quelli di Platone, intitolato per l’appunto “Filosofia del suca” (edito da Solferino). Sbaglierebbe, ci spiega l’autore, chi la scambiasse per una parolaccia, alla stregua di un volgare “me ne fotto” indolente e canzonatorio: per capirne il senso, bisogna risalire addirittura a Parmenide, il filosofo dell’essere statico e immutabile, interprete finissimo dell’allergia sicula a ogni cambiamento, fosse pure verso il meglio. Affezionati al malessere, “noi siciliani siamo nati per compiangerci, per avvitarci nei nostri problemi e non per risolverli”. E il suca rappresenta “un esplicito invito all’inazione, anzi è qualcosa che esprime l’inutilità di ogni azione”. Come l’uso del passato remoto anche per un fatto appena accaduto dimostra che “noi siciliani siamo senza futuro”, così il suca è un atto di “superiorità metafisica” perché “dominato da un senso di profonda inerzia, di assoluta inoperosità”. Ridendo e scherzando, si citano Kant e Nietzsche, Cartesio (“Cogito ergo suca”) e Wittgenstein (“Su ciò di cui non si può parlare…suca”).
Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)
“il suca rappresenta “un esplicito invito all’inazione, anzi è qualcosa che esprime l’inutilità di ogni azione”. Da FILOSOFIA DEL SUCA – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)



