L’AMORE CORTESE IN STILE BARBARICINO


Editoriale del 1° marzo 2026

Pur essendo ufficialmente fidanzati, non è che babbo e mamma potessero vedersi a loro piacimento. E mai da soli, naturalmente.

Babbo, pur essendo innamoratissimo, era però gentiluomo e mai avrebbe infranto le regole.

Ma la voglia di vedere almeno da lontano la propria fidanzata era fortissima.

Lui stava in quegli anni “in cussu campidanu de Macumele”, cioè nelle pianure di Macomer. E lei a Desulo.

Ogni giorno si scrivevano una lettera d’amore tenerissima.

Lui spesso in versi. Sardi, naturalmente.

Lei teneramente rispondeva.

Nelle lettere diceva lui a lei. “Potrei venire martedì mattina alle 11 del mattino”, per esempio.

E lei rispondeva “e io alle 11 ti attenderò”.

Perché non vedessero la sua macchina, babbo si faceva prestare una lambretta da un amico, inverno o primavera che fosse e, sopportando stoicamente neve e gelo, correva per un’ora e mezza fra le curve.

Parcheggiava la moto un po’ lontano e poi, cercando di non farsi vedere, si metteva sopra le scalette che da via Trieste, dove siamo nati tutti noi, conducono a s’istradone, un po’ nibbato.

Mamma alle 11 in punto apriva la finestra della sua camera, lo guardava negli occhi sperando che nessuno la vedesse, e lo salutava con la mano evitando chiaramente bacini e robe simili, che non erano buona cosa per una signorina ben educata.

Babbo rispondeva agitando la mano.

Tutti i vicini di casa – soprattutto i vecchi, i giovani erano in campidano – seduti a chiacchierare facevano finta di non vedere le manine agitarsi.

Ma erano felici, in cuor loro, perché una coppia di ragazzi si sarebbe sposata quell’anno o l’anno seguente, e nuovi bambini avrebbero giocato in piazza di chiesa.

Infatti da lì a qualche anno io e mio fratellino avremmo giocato assieme a centinaia di altri bambini.

Ho calcolato che babbo e mamma in due anni di fidanzamento si videro a casa di nonno – separati da tutto il parentado – circa 90 volte. E poi si salutarono con la mano a distanza di 15 metri per altre 90 volte.

Stettero vicini, si fa per dire, per circa 200 ore.

Mai da soli.

Al termine della mano due volte (non di più) sventolante, babbo inforcava la motocicletta allegro come un grillo e tornava a Macomer.

Tre ore di corsa, con naso e orecchie gelate per 40 secondi di sventolamento.

Tornato in sede, scriveva a mamma una appassionante lettera per spiegarle quanto vederla avesse riempito il suo cuore.

E mamma rispondeva con lettere dello stesso tenore.

Ogni minuto cresceva in loro il desiderio di sposarsi.

Mamma ricamava il suo corredo e babbo lavorava come un negro per mettere da parte un po’ di denaro.

Quando babbo – che, come sapete, pur con la seconda elementare conosceva la Divina Commedia a memoria – ci parlava di Beatrice la identificava con mamma. E non si dava pace del perché Dante non l’avesse sposata.

Mamma, quando sentiva babbo parlare di Beatrice, pensava che fosse lui il suo Dante.

Ogni giorno litigavano per piccole cose in modo da fare pace ogni sera e amarsi ogni giorno di più.

Io e mio fratello, nel frattempo, ci facevamo corrompere da Tex Willer.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Ho calcolato che babbo e mamma in due anni di fidanzamento si videro a casa di nonno – separati da tutto il parentado – circa 90 volte. E poi si salutarono con la mano a distanza di 15 metri per altre 90 volte. Stettero vicini, si fa per dire, per circa 200 ore. Mai da soli.” Da L’AMORE CORTESE IN SALSA BARBARICINA – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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