LA MARIGLIA DEL BENE E DEL MALE Di Antonangelo Liori


Editoriale dell'11 marzo 2026

Introduzione

Ero in gioventù un decoroso giocatore di mariglia.

Che è un bridge sardo giocato solo nelle province di Nuoro e Sassari.

La giocavo benino, era bellissima.

Ma ha un vizio: tollera l’imbroglio.

Ed io non amo l’imbroglio né i giochi di carte.

Mi affascinava però il fatto che questi miei compagni amassero giocarla con i tarocchi sardi. Che sono una via di mezzo fra le carte da gioco sarde e i tarocchi.

E quindi mi appassionai ai tarocchi europei e a tutti i tarocchi di ogni parte del mondo.

I Ching in Cina.

I Mekuri Karuta in Giappone.

Le Carte di Sarasvati della tradizione induista.

E poi i libri di Toth, che dovrebbero essere gli antenati egiziani dei tarocchi.

Tutte queste carte sapienziali sono collegate a banditi.

I Ching sarebbero stati creati da Zhou Gong, il duca bandito e saggio.

I Mekuri Karuta sono legati a Takeda Shingen, spietato daimyō del clan Minamoto al quale si attribuisce addirittura l’omicidio del fratello.

Le Sarasvati sono legate agli spietati Sikh.

I libri di Toth, che narrano gli spietati riti egiziani.

Un tarlo mi rodeva.

Gli arcani maggiori o “trionfi” sono 22.

Le regioni geografiche sarde sono 22 (qualcuno ne annota una 23 ma, Cixerri).

Mi ripassano nella mente una ridda di 22.

Nella smorfia il numero 22 è il matto.

22 è il numero delle lettere dell’alfabeto ebraico.

Nella simbologia cabalistica 22 è il numero che indica l’universo.

22 è il numero dei capitoli dell’Apocalisse di S. Giovanni.

22 è il numero degli aminoacidi che concorrono a formare la vita e sempre 22 (paia) sono i cromosomi omologhi (ovvero quelli non sessuali) contenuti nelle cellule del corpo umano.

I tarocchi di ogni angolo di mondo sono sostanzialmente uguali e raccontano sostanzialmente le stesse cose e sono legati sostanzialmente a una stessa idea: la tradizione della trasgressione.

I tarocchi di ogni angolo di mondo si mettono al di fuori dell’ordine costituito per raccontare il vero ordine.

I tarocchi di ogni angolo del mondo sono banditi e ai banditi si ascrive la loro origine.

Nell’immaginario collettivo della Sardegna di un tempo, i banditi erano gli arcani maggiori.

Perché c’è una differenza sostanziale fra criminali e banditi.

JpMorgan, il più grande banchiere del ‘900, raccontava che chi ruba mille euro a una banda è un rapinatore. Ma chi ruba un euro a un miliardo di persone è un banchiere.

Sono criminali entrambi: rubano.

Solo che uno entra nel mito e l’altro nella leggenda.

I banditi – Jesse James, Billy the Kid, Musolino, – sono miti popolari. Ribellione all’ordine costituito.

Jp Morgano leggende economiche: hanno trasformato il furto in etica.

Parlerò degli arcani maggiori del mito sardo.

Gente che è stata (o si è) bandita dalla società civile per motivi vari: vendetta, faida, rabbia, follia, gioco. Oppure perché non è riuscita a trasformarsi da rapinatore in banchiere.

Per rapinare una banca servono follia e coraggio.

Per rapinare miliardi di persone occorre aggiungere un terzo fattore che a pochissimi è dato: genio.

Il più grande imprenditore della storia sarda, il re delle miniere Giovanni Antonio Sanna, divenne l’uomo più ricco d’Italia grazie alla follia, al coraggio e al genio.  In realtà la sua ricchezza fu legata a una serie impressionanti di crimini: contro le persone, contro l’ambiente, contro la natura, contro i suoi dipendenti.

Il bandito Torracorte fece danni minori. Non entrò nella leggenda ma in prigione. Fu in altri tempi un mito popolare. Perché difendeva i poveri dagli abusi dei potenti.

Ma i carabinieri del re perseguitarono lui per consentire ai potenti di sfruttare la povera gente.

Riprendo dopo tanti anni a giocare a mariglia con i tarocchi.

I banditi diventeranno gli arcani maggiori.

E racconterò di come la storia ha imbrogliato le carte.

Trasformando i criminali in leggenda e i banditi in criminali.

Il popolo silenzioso cerca nei banditi i suoi miti.

Io sono sempre alla ricerca dei miei arcani maggiori.

Nei ching

Nei Mekuri Karuta.

Nelle Carte di Sarasvati.

Nel mosaico del pavimento del duomo di Siena.

Nel mio cuore.

Nel cuore del mondo.

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