Sono stata educata al risparmio e all’oculatezza: da bambina in casa nostra si acquistava soltanto ciò che realmente serviva e quando serviva; e quel “ciò” lo si usava tutto, sino alla fine. Che fosse cibo, una penna o un paio di scarpe. Niente surplus, niente doppioni, niente esuberi. È per questo, probabilmente, che sono diventata un’accumulatrice compulsiva di tutto. O quasi. In questo momento nella mia dispensa – che accoglie le provviste per una media di due persone a pasto – ci sono 3 pacchi di fusilli, 2 di fusilloni, 4 di tortiglioni, 5 di spaghetti, 3 di fettuccine, 3 di gnocchetti sardi, 1 di farfalle, 3 di penne lisce e 2 di penne rigate. Oltre a tre tipi di pastine per brodo. E la situazione è la stessa negli armadi (giacche, camicie, scarpe, borse, cappotti in quantità sproporzionate) e nel mio studio (penne con inchiostri di tutti i tipi e colori, portadocumenti di plastica colorata e cartelline di ogni genere). Ma non si pensi che sia una scialacquatrice vacua e superficiale. Nossignori. Perché il mio non è consumismo compulsivo. È collezionismo. Il mio accumulo di oggetti ha un senso preciso: realizzare l’utopia del possesso stabilendo un rapporto intimo con le cose e liberandole dalla schiavitù dell’utilità e dell’uso quotidiano. È quanto sostiene Walter Benjamin nel saggio “Tolgo la mia biblioteca dalle casse”. Il collezionista per Benjamin è più interessato alla storia e alla fisionomia degli oggetti che al loro valore di consumo. È vero ed era lampante! Ognuna delle sedici camicette bianche appese nel mio armadio ha un suo preciso perché: la lunghezza della manica, il bottone particolare, il polsino esagerato, la speciale sfumatura bianco “papiro”… ognuna ha la sua personalità, il suo carattere. Almeno per chi, come me pratica la fisiognomica del “mondo cosale” e compra un altro pacco di penne lisce perché la dimensione della penna è diversa e può suggerire variazioni culinarie o regalare un carattere diverso a ricette già sperimentate. Benjamin nel suo saggio cita il proverbio latino “habent sua fata libelli” – i libri hanno il proprio destino – riferendosi alla sorte dell’oggetto, diversa a seconda del proprietario. Ebbene questo assunto, inopinabile, vale anche per le camicette. E per i fusilloni.
Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)
“Benjamin nel suo saggio cita il proverbio latino “habent sua fata libelli” (i libri hanno il proprio destino) riferendosi alla sorte dell’oggetto, diversa a seconda del proprietario. Ebbene questo assunto, inopinabile, vale anche per le camicette.” Da IL DESTINO DEI FUSILLONI – Editoriale di Marianna Vitale (Spigolatrice di Aristan)



