L’altro giorno, mercoledì 10 giugno, ho voluto seguire la visita del papa Leone a Barcellona, messa nella basilica della Sagrada Familia e benedizione della grande croce che corona la torre centrale, la “torre di Gesù”, attorniata da altre dodici “torri degli apostoli”, e da una torre coronata da una stella, la “torre di Maria”. Era il centesimo anniversario della morte dell’architetto Antoni Gaudì: lo travolse un tram, un vecchio zoppicante che nessuno soccorse per lunghi minuti. Lo credettero un senzatetto. E lo era: non aveva più una casa ma viveva in una stanzetta nella cripta del cantiere. La sua chiesa era diventata la sua casa, e ora, proseguita da altri architetti e non ancora finita, è visitata da oltre tredici mila al giorno.
Vedendo le foto e leggendo i numeri che descrivevano questa “enormità”, gigante formicaio e foresta di pietre, mi ero sempre chiesto “a che cosa serviva” una chiesa da novemila fedeli, preventivati 14 mila, e una torre che, come quella di Babele, “entrava in cielo”.
A che cosa serve, era la domanda spontanea in tempo di chiese vuote la domenica, la domanda più logica, ma forse anche la più “chiusa”.
Ho cominciato a capire una risposta quando, prima della cerimonia, una ragazza cieca ha presentato e spiegato al papa il senso della grande croce: toccando con le sue mani ogni curvatura della maquette costruita appositamente, “faceva vedere” ciò che ogni parte di materia era stata destinata a “fare”: opaca e trasparente, non solo attirerà gli sguardi dalla terra fino ai suoi 172,5 metri di altezza, ma la croce stessa, attraverso i prismi trasparenti di ogni braccio, trasmetterà dall’alto la sua vista della città.
Un incrocio di sguardi, dunque. Alzare lo sguardo, abbassare lo sguardo. Il primo ad alzare lo sguardo fu, Gaudì, quando, nel momento più disastrato della sua vita, scrive «I miei cari amici sono morti: non ho né famiglia né clienti, né fortuna … né niente», ma poi aggiunge: «Ora posso dedicarmi interamente alla Chiesa», e per poter continuare la costruzione arriva a chiedere l’elemosina per strada: «un centesimo, per amore di Dio».
Con quei centesimi di elemosina, moltiplicati come il pane, Gaudì ha continuato continua tuttora a realizzare la sua idea di arte e di architettura, ha ascoltato la natura e l’ha lasciata diventare preghiera. Ogni pietra è un ramo, ogni colonna un tronco, ogni luce un’alba che filtra tra le foglie. Come ogni arte, questa basilica non serve: indica. Non produce: illumina.
Alzare lo sguardo, noi, fatti di terra,
a te, Signore, fatto di terra e di cielo.
Sguardo a trasformare terra e cielo.
E di fronte a tanta meraviglia che “non serve”,
mi sorprendo, Signore, a pensare che tu il vangelo ce l’hai dato
non perché “serve” a qualche altra cosa, ma per aprirci gli occhi
e semplicemente, assolutamente, vedere.
Antico miracolo:
«Non dite voi, forse, ancora quattro mesi, e poi viene la mietitura?
Ecco, io vi dico: alzate i vostri occhi
e guardate i campi che già biondeggiano per la mietitura». (Giovanni 4,35)
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“Ho cominciato a capire una risposta quando, prima della cerimonia, una ragazza cieca ha presentato e spiegato al papa il senso della grande croce: toccando con le sue mani ogni curvatura della maquette costruita appositamente…” Da Salmo 558 – UNA BASILICA CHE NON SERVE – Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



