EYEFUCK


Editoriale del 16 giugno 2026

Se lo traduciamo “scopata con gli occhi” sa di frustrante attività segaiola, se lo rendiamo con “penetrazione visiva” sembra il titolo di un noioso corso accademico di educazione all’immagine. “Eyefuck” è l’espressione che piaceva al più grande maestro contemporaneo di educazione all’immagine, David Hockney (morto pochi giorni fa quasi novantenne, quando la sua vita sregolata aveva fatto temere che non avrebbe raggiunto i quaranta). Una parola inventata dai soldati americani durante la guerra in Vietnam, quando nei boschi paludosi si concentravano a fissare lo sguardo sul minimo tremito di una foglia in qualsiasi punto dell’orizzonte, che avrebbe tradito la presenza del nemico pronto a colpire. “Forse era l’unico momento della loro vita in cui guardavano con una simile intensità”, commenta Hockney nel suo libro “A bigger message”. Solo la paura della morte riesce a scuotere l’uomo contemporaneo, affinandogli le antenne della percezione, e a convincerlo a penetrare la realtà in profondità. L’unico modo per provare piacere di vivere, l’unico capace di spazzare via la stanchezza e la pigrizia della routine che rappresentano il cancro dell’esistenza. Perché “l’occhio è una parte della mente”, tanto è vero che gli egiziani raffiguravano il Faraone tre volte più grande di tutto il resto, anche se era alto come qualsiasi altro uomo. Ma quello che è più grande nella mente, è giusto che la pittura lo ingigantisca: l’arte è la verità più affidabile, ma non in termini geometrici. “La maggioranza della gente non guarda un viso a lungo, tende subito a guardare dall’altra parte”, commenta Hockney, che ammira Picasso perché “ha guardato più volti che qualsiasi altro, ma non li guardava come un fotografo”. E mette al primo posto Rembrandt, che “mise più forza su un viso di qualsiasi altro pittore prima di lui perché vedeva di più: era una questione di occhio. E di cuore.” L’arte di Hockney, eccelsa nella pittura come nella fotografia, si nutre di questo orgasmo con la realtà, mordendola (o fottendola) con gusto. E così si posiziona lontanissimo dai suoi contemporanei, spesso inclini a raffigurare il dolore, la tragedia, il male. Hockney sceglie di cantare lo stupore di essere al mondo, sulla scorta di Piero della Francesca e della Pop Art, tra colori, piscine e il Gran Canyon. Felicemente libero dai cervellotici arzigogoli dell’arte concettuale quanto dal convenzionale ossequio alla pittura astratta. Per questo scommetterei che sarà quello che rappresenterà il nostro tempo nei manuali di storia dell’arte del futuro.   

Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

“L’arte di Hockney, eccelsa nella pittura come nella fotografia, si nutre di questo orgasmo con la realtà, mordendola (o fottendola) con gusto” – Da EYEFUCK – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del Liceo Olistico Quijote di Aristan)

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