E se il “mito” di Caino non parlasse di un singolo omicidio,
ma della violenza di chi si crede consacrato — e per questo autorizzato a escludere?
All’inizio ci sono solo due nomi.
Eva guarda il primo figlio
e lo chiama Caino: acquistato‑con‑Dio.
Quando nasce il secondo, non spiega nulla.
Lo chiama Abele: vanità, soffio che passa.
Un nome pieno, un nome vuoto.
Un erede, un escluso.
Poi arriva il giorno del rito.
Caino si presenta a Dio come ci si aspetta dal primogenito:
il consacrato, quello che ha diritto di offrire.
Ed ecco l’invenzione di Abele:
lui primogenito non è,
non ha diritto di offrire — eppure offre.
Offre i primogeniti del suo gregge,
la figura di ciò che desidera più di tutto.
Aveva perso la primogenitura per la madre,
ora la perde per Dio:
la perde due volte.
Ed ecco l’invenzione di Dio:
i primogeniti diventano due —
come già con la costola: persa e fatta donna,
aiuto di fronte,
aiuto alla pari.
Per questo «il Signore gradì Abele e la sua offerta».
Caino, invece, recita ancora la parte cucita da sua madre:
unico, scelto, “acquistato”.
Non regge l’inclusione, non regge un posto a due. Uccide.
E la terra diventa sterile per lui.
«Sii tu maledetto dal suolo» —
non «lontano dal suolo», come si legge di solito:
è il suolo stesso, diserbato dal sangue, a maledirlo.
Dio non lo caccia: gli mette un segno.
Chiunque oserà toccarlo subirà «la vendetta sette volte».
È protezione, non maledizione —
l’ultimo gesto di un Dio che include.
Di solito la storia si ferma qui:
Caino ramingo, in fuga per sempre,
da una terra per lui non feconda.
Ma è la metà del racconto.
Il testo continua, e quasi nessuno lo dice.
Caino non diventa ramingo.
Niente cresce per lui dalla terra?
Allora sarà lui a costruire sulla terra.
Si sposa, ha un figlio,
e come sua madre ha fatto con lui,
lo chiama “Consacrato- Enoch”,
stessa radice di Chanukkà,
la festa della Consacrazione del tempio.
Poi fonda una città.
E la chiama come il figlio: “Consacrata”.
Sembra un passo avanti con Dio:
un uomo che finalmente condivide invece di trattenere.
Ma un nome che dice “consacrato” —
cosa significa davvero, quando passa da un uomo a un’intera città?
Apertura, o un modo nuovo per sentirsi scelti —
tutti insieme, stavolta, invece che da soli?
Generazioni dopo, un discendente di Caino
canta una vanteria alle sue donne:
«Ho ucciso un uomo per un graffio.
Sette volte sarà vendicato Caino;
Lamec settantasette».
La parola che doveva fermare la violenza
diventa il metro per moltiplicarla.
Anche i numeri di Dio, nelle mani sbagliate, diventano armi.
Posso chiederti una cosa, Signore.
«Sono forse io il custode di mio fratello?» —
è la scusa di Caino.
Scusa o accusa?
Perché i salmi dicono che il custode sei tu.
E allora dimmi, tu che vedi oltre le apparenze:
le città che si chiamano “Consacrata” —
sono comunione,
o sono soltanto il primo Caino che diventa popolo?
Sono città consacrate per accogliere
o città consacrate per escludere?
Sei sempre, tu, Signore,
il punto di scambio.
Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)
“All’inizio ci sono solo due nomi. Eva guarda il primo figlio e lo chiama Caino: acquistato‑con‑Dio.” Da Salmo 563 – CONSACRATI, MA A CHI? Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



