Salmo 565 Quando l’unità diventa paura: rileggendo Babele
Un mito sui sovranismi di sempre
Nelle cosmogonie, i miti non guardano indietro. Aprono vie nel presente.
Sono racconti che cercano un varco quando la vita sembra chiusa.
Il mito di Babele è diverso. Non lo chiamano mai favoletta, questo.
Parla di lingue, e le lingue sono ancora qui.
Tra noi. Ogni giorno.
Genesi 10,1-32
Ma nessuno ricorda
che questo mito viene dopo la grande “tavola dei popoli”:
una sola famiglia, dispersa, lingue diverse, territori diversi,
ma unita da una genealogia comune.
Una dispersione che non punisce.
Compie.
«Coltivare e custodire la terra intera».
Genesi 11,1-4
Su questa visione positiva
si innesta un racconto che la contraddice:
«Costruiamoci una città. Una torre.
Facciamoci un nome. Per non disperderci su tutta la terra».
La paura di perdere sé stessi diventa più forte
della vocazione a compiere la diversità del mondo.
Non è orgoglio sovrumano. È sottostima.
La Bibbia lo aveva già detto nel primo mito:
che l’umano somiglia al divino
non perché evita il limite,
ma perché conosce il bene e il male nella loro ambiguità.
È questa consapevolezza dei contrari
– difficile, esposta, nuda come l’antica nudità del mito,
nudo amore e nuda violenza –
la vera somiglianza con il creatore.
Quando si cancella l’ambiguità per rifugiarsi nell’uniformità dei confini,
chiusi a ogni confronto,
l’unità da ideale diventa paura, e la paura diventa potere.
Genesi 11,4-7
«Se iniziano così, nulla impedirà loro di fare ciò che si propongono».
Il “capo in cielo” della torre non è superbia:
è il sogno di un potere assoluto.
Il racconto allora ricorda agli uomini il dato di fatto che li precede:
la differenza delle lingue.
Non una maledizione. Una differenza che salva.
Perché senza una comunicazione diversa,
ogni progetto umano diventa assoluto.
E distruttivo.
Genesi 11,8-9
E qui, la grande differenza:
in questo ultimo mito della cosmogonia biblica, Dio non dialoga con gli umani.
Non spiega. Non rimprovera. Non consola.
È come se dicesse:
ora il mondo è consegnato a voi,
con le sue differenze, con la sua dispersione, con la sua pluralità.
Una trascendenza che non annulla l’umano. Lo fonda.
E noi, Signore, noi continuiamo a costruire torri per non perderci.
E finiamo per perderci dentro le torri.
Tu ci lasci la via delle lingue.
La fatica di capirci.
La necessità di ascoltarci.
Polifonia di voci in ascolto.
Forse è così che custodisci la vita.
Signore, come tu hai detto,
insegnaci a perdere il nostro nome
per ritrovare la nostra umanità.
Nell’ambiguità che ci espone.
Nelle differenze che ci arricchiscono.
Antonio Pinna (salmista ad Aristan)
“Il mito di Babele è diverso. Non lo chiamano mai favoletta, questo. Parla di lingue, e le lingue sono ancora qui. Tra noi. Ogni giorno.” Da Salmo 565 – QUANDO L’UNITÀ DIVENTA PAURA: RILEGGENDO BABELE UN MITO SUI SOVRANISMI DI SEMPRE – editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)



