L’estate ci ha portato via prima Peppino Di Capri e poi Francesco Guccini, che un tempo in questa stagione trionfavano l’uno al Cantagiro e l’altro alle Feste dell’Unità. Entrati nella storia della musica italiana, diversissimi tra loro, hanno in comune l’appartenenza a un mondo che non c’è più. I night e le balere fanno parte dell’Italia del passato, come le osterie di fuori porta e i circoli Arci. Le rotonde sul mare sono passate di moda quanto le case del popolo, l’eskimo e lo champagne sono stati sostituiti dai tatuaggi e dallo spritz. Lo sfogo chitarroso dell’Avvelenata si è incupito nella scansione trap, la seducente ruffianeria pianistica della canzone confidenziale è naufragata nel neomelodico napoletano. I cantanti di ieri avevano padri nobili: se il crooner Peppino Di Capri è impensabile senza il modello di Ray Charles, il cantautore Francesco Guccini ha risciacquato i panni di Bob Dylan nel lambrusco. Il primo diluisce il rhythm and blues nell’atmosfera soffusa dell’acchiappo (con Fred Bongusto e Bruno Martino contribuì al boom demografico degli anni Sessanta), il secondo toglie ermetismo e libere associazioni alla poesia dylaniana per radicarla più concretamente nella terra fra la via Emilia e il West. “Saint Tropez twist” e “Speedy Gonzales” sprizzano allegria e fiducia nel futuro, “Dio è morto” e “Libera nos domine” sprigionano energia e voglia di cambiare il mondo. Tutta roba, appunto, estranea al presente. Come le canzoni di notte di entrambi, sia per conquistare una ragazza al chiaro di luna sia per filosofare malinconie esistenziali di fronte a un fiasco di vino. Di Capri fu il supporter dei concerti italiani dei Beatles nel 1965, Guccini è stato anche uno scrittore, migliore di tanti scrittori noti (il suo capolavoro è “Croniche epafaniche”). Di Peppino rimarranno per sempre “Nun è peccato” e “Luna caprese”, così come per Guccini “Bisanzio” e tutte le canzoni sul tempo (da “Autogrill” a “Vite”). Di Capri, fra i suoi brani, preferiva “Il sognatore”, Guccini prediligeva il testo di “Quattro stracci”: “Sono fiero del mio sognare/ di questo eterno mio incespicare/ e ridi in faccia a quello che cerchi e mai avrai/non sai che ci vuole scienza/ ci vuol costanza a invecchiare/ senza maturità”. Anche questo avevano in comune: il sogno. Anche in questo appartengono al mondo di ieri.
Fabio Canessa (Preside del liceo Olistico Quijote di Aristan)
“Di Peppino rimarranno per sempre “Nun è peccato” e “Luna caprese”, così come per Guccini “Bisanzio” e tutte le canzoni sul tempo (da “Autogrill” a “Vite”)”. Da ESKIMO E CHAMPAGNE – Editoriale di Fabio Canessa (Preside del liceo Olistico Quijote di Aristan)



