LA MEMORIA DEL MIO PANCREAS


Editoriale del 13 settembre 2026

Quando mi hanno resecato il pancreas – completamente, non un pezzettino – divorato dal cancro, i medici mi hanno riempito di enzimi digestivi, creonipe, e insulina, 60 unità al giorno.

Speravano così di rendere tollerabile quei sei o sette mesi di vita che mi sarebbero rimasti in assenza di quel fondamentale organo.

Le medicine, però, mi facevano stare malissimo e non riuscivo quasi più a respirare.

Decisi così di farne a meno.

Sarei morto in 3 mesi invece che in sei.

Ma senza dolore.

Andai a casa di mamma che ricamava la camicia di Desulo per il costume di mia figlia.

Noi la chiamiamo “tentura”, dal verbo “tenturare”, trattenere, custodire.

Mamma custodiva un codice antico, un antico libro, una magica scrittura di filo bianco su bianco lino.

Mi sedetti sconsolato davanti a lei.

Mi invitò a pranzo.

Gli domandai culurgiones di formaggio e patate conditi con funghi e burro fatto da me.

E poi carne di pecora arrosto, grassa.

Lei mi guardò preoccupata.

Mi avevano consigliato petto di pollo ai ferri, per non insultare l’organo assente.

Buttai il creonipe  e il toujeo.

Mi domandò perché.

Tacqui, non volevo raccontarle il mio dolore.

Mangiai con gusto.

Due porzioni di culurgiones conditi con una montagna di fiore sardo delle mie pecore.

E divorai il rene della pecora con tutto il suo grasso.

E poi ancora carne grassissima.

E quindi torrone di Licanias.

Non sentii alcun dolore.

Digerii benissimo e il sensore della glicemia non impazzì.

Strappai l’ago dalla mia pelle e buttai anche questo.

Dopo pranzo mi sedetti davanti a lei per guardarla mentre faceva danzare l’ago sulla camicia.

Andai all’ovile e mi sedetti sulla pietra grande de s’arcu de Muggianeddu, ai limiti della mia proprietà, e guardai in lontananza il mare di Bosa.

Vidi sotto di me un tessuto simile alla camicia di mamma, i paesi e le valli, le vigne e i campi, i nuraghi e i villaggi preistorici.

Misi la camicia della terra attorno al mio cuore pensando che lì avrei potuto morire o rinascere: sarebbe stato assolutamente uguale.

Chiusi gli occhi e mi sdraiai sul timo profumato.

Dormii per un’altra vita.

Sono passati 4 anni, e sono ancora qui,

Non uso enzimi né insulina.

Mangio tutto e dal mondo mi lascio dolcemente divorare.

Ringrazio Dio e studio il libro dei Numeri.

Il mio corpo non ha organi: è una cosa sola.

Non esiste un prima e un poi.

Ogni assenza si riequilibra e diventa presenza.

I miei occhi sono aperti sul tempo.

I dolori non mi riguardano più.

E intensamente amo.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Ringrazio Dio e studio il libro dei Numeri” Da LA MEMORIA DEL MIO PANCREAS – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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