«Confiteor Deo omnipotenti et vobis, fratres… Confesso a Dio onnipotente e a voi, fratelli, che ho molto peccato in pensieri, parole, opere e omissioni; per mia colpa, mia colpa, mia grandissima colpa…».
Il Confiteorè un atto penitenziale che ancora oggi, talvolta, viene recitato dal sacerdote insieme ai fedeli durante la Messa; e al «mia colpa» tutti si battono tre volte il petto, chinando leggermente il capo. Contriti. Pentiti.
Ebbene, se — come è probabile — tra i fedeli vi fosse qualcuno che, felice di esistere, amasse l’umanità e fosse grato a Dio per aver creato l’universo, mi chiedo perché dovrebbe accusarsi di colpe che verosimilmente non ha commesso, e che non ha alcuna intenzione di commettere. Perché diavolo dovrebbe accodarsi a coloro che, «gementi e piangenti in questa valle di lacrime», implorano pietà?
La verità è che nella liturgia sembra dominare un cupo accusarsi, genuflettersi, implorare perdono: «Signore, non sono degno»; «Pietà di me, Signore, contro di te solo ho peccato»; «A te gridiamo, esuli figli di Eva». Tutti proni, tutti ululanti, tutti penitenti — anche quando quei pentimenti, proclamati ipocritamente “dal profondo del cuore”, in realtà sono dettati dal timore di rappresaglie («Mio Dio, mi pento e mi dolgo con tutto il cuore dei miei peccati… perché peccando ho meritato i tuoi castighi»).
Forse qualcosa, nelle preghiere corali, dovrebbe essere ripensata. Nelle chiese si dovrebbe respirare un’aria diversa. Più limpida. Più fresca.
Non è facile. Ma se provassimo a metterci nei panni di Dio, non saremmo forse stufi marci di queste prostrazioni codificate, di queste lamentele rituali — ben diverse dalle preghiere private — e non preferiremmo, piuttosto, cerimonie in cui i fedeli stessero in piedi, guardandoci (noi Dio) con franchezza, rivolgendoci parole schiette, leali? Senza la pantomima delle autoflagellazioni previste dal copione. Magari concedendoci, di tanto in tanto, perfino la possibilità di un sorriso.
Filippo Martinez (Consigliere apostolico)
Ebbene, se — come è probabile — tra i fedeli vi fosse qualcuno che, felice di esistere, amasse l’umanità e fosse grato a Dio per aver creato l’universo, mi chiedo perché dovrebbe accusarsi di colpe che verosimilmente non ha commesso, e che non ha alcuna intenzione di commettere”. Da MEA CULPA, MEA CULPA, MEA MAXIMA CULPA– Editoriale di Filippo Martinez (Consigliere apostolico)



