COM’ERANO “LEGGERE” LE DROGHE CINQUANT’ANNI FA


Editoriale del 6 marzo 2026

Nel 1975 il neonato Dipartimento di Neuroscienze organizzò a Cagliari il primo Convegno Internazionale sulle Tossicodipendenze. Quel convegno poteva davvero definirsi ecumenico — ekumenikòs, universale — perché riunì in città, da tutto il mondo, medici, sociologi, psicologi, psichiatri e scienziati impegnati nello studio delle droghe. 

Erano presenti i maggiori esperti dei tre modelli che allora definivano la tossicodipendenza.

Il modello medico‑scientifico, rappresentato da Vincent Dole e Mary Nyswander, interpretava la dipendenza come una malattia cronica del cervello da stabilizzare con il metadone, così come l’insulina stabilizza il diabete.

Il modello religioso‑morale, incarnato dal francescano Eligio Gelmini, noto come Peligio, considerava invece la dipendenza un vizio, un peccato, una devianza morale. Il trattamento era la comunità terapeutica residenziale e l’astinenza totale. Padre Eligio, fondatore del Telefono Amico, di Mondo X e delle comunità di Cozzo, Formica e Cetona, lavorava soprattutto tra i tossicodipendenti della “Milano da bere”. Arrivò al convegno con l’aereo privato dell’amico Gianni Rivera e raccontò che “Maria Giovanna”, come chiamava affettuosamente la marijuana, era la porta d’ingresso verso la cocaina.

Il terzo modello era quello sociologico, rappresentato da Peter Cohen, direttore del Centre for Drug Research dell’Università di Amsterdam. Cohen, allora come oggi, era considerato uno dei massimi studiosi del fenomeno droga. Era noto per aver demolito l’idea proibizionista, che riteneva causa primaria del danno, e per sostenere la legalizzazione regolata di tutte le droghe, inclusa la cocaina.

C’era poi Pino Arlacchi, sociologo e direttore dell’Ufficio ONU per la lotta al traffico di droga. Sosteneva — e sostiene tuttora — che la soluzione al problema delle droghe fosse l’eradicazione delle piante che le producono. Non lo scoraggiava il fatto che quelle piante esistessero da milioni di anni prima che lui iniziasse la sua carriera come professore di sociologia all’Università di Sassari. Vent’anni prima del nostro convegno, davanti al presidente Kennedy, aveva dichiarato che avrebbe eliminato la cannabis dalla faccia della terra entro dieci anni. Si malignava che Qualcuno, dall’alto, lo avesse avvertito: “Ce la farai, Pino… magari non durante la mia esistenza!”.

I miei allievi, Alessandro Tagliamonte e Pier Paolo Pani, abbracciarono il modello medico‑scientifico e ricevettero a New York il Nyswander/Dole Award per aver istituito un servizio pubblico con il maggior numero di pazienti al mondo trattati con metadone. Ma il trattamento strettamente farmacologico suscitava polemiche e contrasti. Un titolo dell’Unione Sarda recitava: “Metadone fa rima con illusione”. L’idea che la tossicodipendenza fosse una malattia cronica non era accettata: “Trattare un eroinomane col metadone è come trattare un bevitore di whisky col cognac!”.

Vincent Dole raccontò che il metadone era stato provato per la prima volta sui carcerati della prigione The Tombs di New York. Quei “criminali” che ricevettero il metadone lo cedettero a chi, secondo loro, soffriva di più. Dole concludeva che quei criminali avevano mostrato più empatia verso i tossicodipendenti dei cosiddetti esperti.

Avram Goldstein, scopritore dell’endorfina, sosteneva il modello neurobiologico delle dipendenze. Diceva: “Un ratto che si inietta eroina in vena non è un criminale, non proviene da una famiglia disastrata, non è un ribelle: è dipendente da quella droga”. La dipendenza non è un vizio, un peccato, né una devianza sociale, ma un adattamento neurobiologico.

Al convegno conobbi anche Albert Hofmann, il chimico scopritore dell’LSD‑25, che lui chiamava Mein Sorgenkind, “il mio bambino difficile”. Raccontò il suo celebre viaggio in bicicletta dopo aver assunto la sostanza: il rientro a casa dal laboratorio gli era sembrato infinito, eppure era durato meno di un quarto d’ora. Era la dimostrazione che un farmaco poteva modificare la percezione del tempo. 

Feci con lui un giro per la Sardegna alla ricerca di funghi — solo quelli velenosi. But that’s another story, direbbe il vecchio Kipling.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“Un ratto che si inietta eroina in vena non è un criminale, non proviene da una famiglia disastrata, non è un ribelle: è dipendente da quella droga” Da COM’ERANO “LEGGERE” LE DROGHE CINQUANT’ANNI FA – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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