DI COME HO GIOCATO A DADI CON LA MORTE


Editoriale dell'8 giugno 2025

Ero a cena da mia madre. Ma stavo molto male e decisi di andare a casa mia, che è al piano di sopra della nostra villa in mezzo al verde.

Al sesto gradino, però, svenni e rotolai sulla scala sino al pianerottolo: i miei familiari, scossi dal rumore, mi trovarono in un lago di sangue.

L’ambulanza mi condusse dopo pochi minuti in ospedale, dove mi infilarono subito nella sala operatoria.

Il mio stomaco si disgregava, corroso dalle metastasi, e i chirurghi non riuscivano a cucirlo.

Durante il coma ebbi una visione, e aprii gli occhi per pochi istanti.

Il mio corpo era diventato una lastra di ghiaccio.

Sentii la mia anima uscire dal petto in un piacevole viaggio, come se fossi sospeso nell’etere. Stavo andando via, e l’esperienza non mi pareva così spiacevole.

Infatti, ho sofferto nella vita più di quanto un uomo possa sopportare.

E ho sofferto sempre con dignità: ma l’onore si paga con una doppia sofferenza.

Andarmene mi sembrava la scelta più dolce e opportuna.

Poi, però, mi apparve dentro le pupille ormai spente il sorriso di mio nipotino, che non aveva ancora festeggiato il primo anno di vita.

Guardai verso il soffitto e pregai di poter restare vivo sino a quando non avesse potuto parlare con me.

La morte prese i dadi e li agitò nel bussolotto.

Voleva convincermi che la sua proposta era la soluzione migliore.

Ero molto stanco.

E questa sensazione di assoluto benessere mi faceva pensare che da quell’altra parte avrei finalmente scordato i dolori e gli affanni che qui avevo subito nel corso di una vita meravigliosamente complessa.

Ma sono un guerriero antico.

E la mia disciplina mi impedisce di abbandonare il campo di battaglia sino a quando ho fiato in corpo.

Respirai profondamente e la invitai a gettare i suoi dadi.

Un tre e un cinque.

“Oh – le dissi – ti batto io”. Quando fu il mio turno uscirono due sei: il sorriso di mio nipote e il bacio che mi stampava sulla guancia.

Avevo vinto.

Il calore prese nuovamente il sopravvento nel mio corpo.

Tutto il mio corpo fu avvolto da un inumano dolore.

Perché l’umanità costa spesso più di quanto vale.

Ma arrendersi è ancor meno umano.

Prima di entrare in trance, prima che facessero effetto anestesia e ipnosi medica fra loro alleate, farfugliai alcune parole.

“Dite a mia figlia che mi porti il bambino quando può”.

Poi gli occhi si chiusero: i chirurghi miracolosamente trovarono un pezzetto di intestino integro e cucirono gridando al prodigio.

La signora nera era tornata a casa sua.

E io sono ancora qui.

Dammi un bacio, bambino: nient’altro io chiedo.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

Poi gli occhi si chiusero: i chirurghi miracolosamente trovarono un pezzetto di intestino integro e cucirono gridando al prodigio.

La signora nera era tornata a casa sua. E io sono ancora qui.” Da “DI COME HO GIOCATO A DADI CON LA MORTE” –Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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