Anno accademico 2024/25 – Recensione di Albo Valdes della lezione n°1: L’estasi del cioccolato
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Maledetto Aristan, verrebbe da urlare. Mentre il mondo è sull’orlo di una catastrofe e la stupidità degli uomini si disseta dalle lacrime di innocenti. Mentre egoismi bulimici azzannano brandelli di globo e cieli, consumano terre e campi, storie e tradizioni, Aristan cosa fa? Inaugura il suo tanto atteso Anno Accademico con una spiazzante lezione sul cioccolato. Spariglia i giochi. Osteggia il conformismo brandendo un chups fondente. E combatte duro, si sappia, perché «la nostra vita è un dono irripetibile. Ma tutto si consuma in un battito di ciglia». Al bando la rassegnazione, nessuna esclusione di colpi invece, anche bassissimi, contro «questa generale mancanza di gioia, dominante assenza di grazia e di bellezza», puntualizza Filippo Martinez, visionario Rettore dell’Università. Ad Aristan un neuroscienziato, una giornalista scrittrice e un maitre chocolatier, completamente fuori dai radar delle geografie conosciute, combattono l’idiozia con cannonate di felicità al cacao. E tuttavia in quell’avventurarsi nei gineprai dell’insoddisfatto mondano i tre vincono disvelando, se ancora ce ne fosse bisogno, come ogni individuo ad Aristan «diventa un’opera d’arte polifonica». Violenza esclusiva per la nullaggine. Come si fa a restare immuni dalla Sindrome di Salieri mirando la Città-stato di Aristan? Colpiti dal morbo e in fase irrecuperabile sono gli Stati ufficiali. Ma lo stesso grigiore che aveva consumato il kapellmeister della Kaiserliche Hofkapelle di Vienna invade anche il Somaliland o la Transnistria, i Paesi non Paesi. Sì, le genti di Aristan, irraggiungibili, inarrivabili, irriverenti all’ordinario, stanno a Mozart come la mediocrità del mondo sta a Antonio Salieri. Eccola la irraccontabile lezione di fine novembre nella Sala convegni del Seminario arcivescovile di Cagliari. Il sigillo di una regalità individuale, lo si accetti o meno, abita totalmente il Merendero con orzo soffiato.
DIVAGAZIONE. Dice il depresso Salieri: «Io piacevo a tutti, poi arrivò lui», Wolfgang Amadeus. «Ma perché, perché Dio avrebbe scelto un fanciullo osceno quale suo strumento??». E prima di lanciare il suo crocifisso nel caminetto acceso: «D’ora in poi noi saremo nemici, Tu e io. Perché Tu hai scelto quale tuo strumento un vanaglorioso, libidinoso, sconcio, infantile ragazzo, e a me hai donato soltanto la capacità di riconoscere la tua incarnazione. Perché Tu sei ingiusto! Sleale! Crudele!». Genio di Aristan, capitale di bellezza capace di disarmare i talenti modesti dei numeri secondi: perché proprio il cioccolato, irrefrenabile desiderio? Perché nulla più di lui ci riporta allo stato mentale di fanciulli. Siamo tutti bambini che a bocca piena, e nutellosa, mastichiamo felicità.
LECTIO. Ascoltate Gessa. Gianluigi di anni 92. «Mai avrei creduto che alla mia veneranda età sarei venuto qui con la mia influencer e il mio cioccolataio. Io sono quello che di cioccolato non se ne intende perché l’ho sempre dato nientepopodimeno che ai topi», saggi più degli uomini. A loro infatti è più fruttuoso chiedere se il cioccolato sia un cibo o una droga. «E i miei topi mi dicono sempre che è molto più bello della cocaina, dell’alcol, dell’eroina. E se proprio devono scegliere tra queste droghe, prendono il cioccolato». Il neuroscienziato con Virgina Saba e il Maestro Gianluca Aresu parlano, spiegano e si confessano. Mentre in sala qualcuno giura di aver visto passare barrette di “Cioccolato Pio V” o qualcosa di simile. E in effetti seduto in prima fila, c’è proprio quel papa autore di una «bolla pontificia molto interessante». Permetteva l’uso del cioccolato in tempi di quaresima e di digiuno. Così il grande dilemma filosofico, («indagato dalle più alte menti gesuitiche») che divise il mondo: si può mangiare il cioccolato prima della comunione? Eretici e scettici, manco a dirlo, per il sì: è un liquido. Bigotti e praticanti, assolutamente no, trattasi di un solido. In silenzio durante tutta la lezione Rudolph Lindt, nascosto dietro il gonghista distratto, ascolta. Proprio a lui si deve la cioccolata fondente. Vicino a quelle tre figure ieratiche di rosso in primo piano, si respira dunque quella strana atmosfera che solo l’Università di Aristan alimenta. Pensierosa, per esempio, passeggia con in mano la sua testa dalla bocca piena di cioccolatini «una certa Maria Antonietta che perde la testa prima per il cioccolato e poi per la ghigliottina». Dirompono in scena Mozart e Woody Allen, Fidel Castro e Voltaire, anche Freud, pare, con le sue piccole strisce bianche, simil cioccolato. Stanno vicini alla brava Virginia Saba (una «politossicodipendente» direbbe Gessa, lei che dopo cena di nascosto ruba il suo mon chéri e associa il cioccolato al liquore») e GianLuca Aresu che si tuffa nell’ esistenziale («siamo il cioccolato che mangiamo, ma molti mentono: fa più figo mangiare il fondente»). L’incantamento è lo stesso che si produce nel cervello. Ed è l’oggetto vero dell’indagine: il piacere. In questo istante della scena l’imponderabile Gessa sente che Virginia parla come Freud. Anzi, incarna Sigmund con la sua stessa domanda: ma professore cosa fa il cioccolato nel nostro cervello? Le nostre emozioni, i nostri sentimenti, il nostro comportamento non saranno prodotti da sostanze chimiche? «Questa di Freud/Saba fu un’intuizione geniale. Fu una domanda intempestiva – constata Gessa – perché ai tempi del giovane farmacologo fresco di laurea, il nostro cervello era ancora disabitato, ovvero non si conoscevano i neuroni». Ma questa è l’intuizione del grande studioso. «Non sarà che il piacere nella nostra testa è prodotto da una molecola che assomiglia, o ripete le stesse azioni di quella sostanza chimica che ho assunto?». Nulla di più vero, la felicità si produce. Così, espone Gessa stando sempre alle dinamiche della nostra mente, «esiste la molecola da voglia di cioccolato che ci dice: godi, desidera, consuma e ricordati di rifarlo. Un’altra molecola presente nel cioccolato, l’anandamide, ha invece un principio attivo molto simile al principio attivo della cannabis, il cioccolato nel nostro cervello produce quindi l’imitazione di quello che potrebbe fare la marijuana». Al giornalista Giacomo Serreli, con Marcello Mazzella, Franco e Antonio Medas, la ricreazione musicale con tanto di spot cantato anni Sessanta della Talmone.
IL GONG. Proprio l’euforia da anandamide introduce l’epistemologo scattista Silvano Tagliagame. «Perché il cioccolato inaugura l’anno accademico di Aristan? Perché regala felicità, si potrebbe dire. Risposta non degna dell’immaginifico Rettore Martinez». La risposta è tutta nella procedura. Il concaggio, ovvero «la bollitura degli ingredienti ed evaporazione delle sostanze fluide da cui si ottiene quel meraviglioso impasto». Ancora una visione, quindi, Gian Luigi, Virginia e Gianluca diventano per incantesimo elementi primari, ingredienti nelle conche di quanti hanno ascoltato la vertiginosa lezione. Sono fave di cioccolato tostate, zucchero e latte condensato. Tagliagambe: «Io prenderò un grande alchimista del cervello, condirò la sua sapienza con la maestria di un genio cioccolatiere e con le arti seduttive della giornalista. Farò bollire come il cioccolato le menti fino al punto che escano tutte le preoccupazioni, i contenuti inutili, le ansie; e resti soltanto un impasto caldo di emozioni e cognizioni. Una evaporazione straordinaria da sprigionare una felicità immensa. All’Università di Aristan la felicità si produce». Favoloso trionfo di genialità mozartiana. E il piccolo capellmeister di Vienna? Lui si è perso come tutte le mediocrità. Si cerca all’ombra di un sombrero e ripete: Salieri son sempre mi!
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