Ogni volta che sento “Caro il mio ben” di Tommaso Giordani le lacrime solcano il mio viso.
Non solo per la bellezza assoluta di questa cavatina, ma anche e soprattutto per le occasioni sprecate delle quali la mia vita è piena.
E mi vengono alla mente le mie debolezze, la mia fragilità, la mia incapacità di capire cosa fosse ciò che realmente contava nella vita.
Il testo è meraviglioso, ma la musica (forse rubata al Rinaldo di Handel) ancor più sublime.
Caro mio ben
Credimi almen
Senza di te
Languisce il cor
Caro mio ben
Senza di te
Languisce il cor
Il tuo fedel
Sospiro ognor
Cessa crudel
Tanto rigor
Cessa crudel
Tanto rigor
Tanto rigor
Caro mio ben
Credimi almen
Senza di te
Languisce il cor
Caro mio ben
Credimi almen
Senza di te
Languisce il cor
Ho sacrificato l’amore e la passione per lo studio, per i libri e per la mia insana sete di sapere se l’amore esistesse o meno.
Studiandolo l’ho quindi perso, sacrificando l’essenza per la sostanza, dando al mio cuore una ragione che lo ha reso ruvido come la pietra sotto la quale verrò sepolto senza aver mai conosciuto il limite di quella metafisica che tanto studiai.
Non così Ferros e Cioso, mio vicino di casa, che stava seduto sulla soglia della sua abitazione fumando un sigaro a “fogu aintro”, con la fiamma entro la bocca, per evitare che di notte si avvertisse la sua presenza quando da giovane batteva le montagne.
Fu l’unico del mio paese ad aver fatto il minatore e conobbe quindi l’amore rivoluzionario per una donna e per un’idea.
Non si interrogò mai sui suoi pensieri e neppure forse pensava.
Ma credeva.
Io ho sempre pensato senza mai credere.
E così mi sono perduto.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Ogni volta che sento “Caro il mio ben” di Tommaso Giordani le lacrime solcano il mio viso.” Da IL CAPOLAVORO DI GIORDANI E LA LIBERTÀ DI FERROS E CIOSO – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



