Era una bella giornata di primavera. Io avevo vent’anni, lei diciotto. Seduti su una panchina di un giardino pubblico, ci scambiavamo baci teneri, ignari di tutto. A quell’ora il parco era deserto, avvolto in un silenzio irreale. All’improvviso, da dietro un ficus secolare, spuntarono due poliziotti.
«Venite con noi!» intimarono. «Baciarsi in pubblico è contrario al buoncostume!»
Cercai di oppormi: «Ma qui non c’è nessuno!»
«E noi, allora? Siamo forse nessuno?» ribatté uno dei due, quasi offeso.
Ci caricarono sul cellulare – così si chiamava allora il furgone per il trasporto dei detenuti – e ci portarono in questura. Affidati al piantone, aspettammo in silenzio mentre venivano chiamati i genitori di lei. Ero terrorizzato all’idea delle conseguenze per la mia fidanzata.
Dopo quasi due ore, arrivò sua madre. Non ci degnò di uno sguardo, ma chiese di incontrare il maresciallo Gaudenzio Sotgiu, suo cugino di Aritzo. Fu fatta entrare negli uffici e ne uscì poco dopo, ridacchiando con il maresciallo come due vecchi amici. Un abbraccio affettuoso, un cenno al piantone, e fummo liberi.
Quell’episodio mi turbò. Non tanto per l’arresto, ma perché nessuno, tranne me, sembrava trovarlo assurdo.
Otto anni dopo, a Nebida.
Era una bella giornata di primavera. Io avevo ventotto anni, lei ventisei, la stessa fidanzata. La spiaggia di Nebida era incantevole e deserta. Decidemmo di tuffarci nell’acqua gelida e ci spogliammo fino alle mutande. Fu allora che, da un cespuglio, sbucarono due carabinieri.
«Siamo della Buoncostume! Rivestitevi immediatamente!»
Non erano gli stessi del giardino pubblico, ma la scena era identica. Senza dire una parola, infilai la mia divisa da sottotenente medico del Battaglione Mobile di Iglesias – lo stesso a cui appartenevano quei due.
Quando misi il cappello con i gradi, vidi i loro volti impallidire. Scattarono sull’attenti e scomparvero dietro il cespuglio, come fantasmi.
Io ero solo il sottotenente medico del Battaglione Mobile di Iglesias.
Ma, a quanto pare, bastava.
Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)
“Seduti su una panchina di un giardino pubblico, ci scambiavamo baci teneri, ignari di tutto. A quell’ora il parco era deserto, avvolto in un silenzio irreale. All’improvviso, da dietro un ficus secolare, spuntarono due poliziotti.” Da IL MIO PRIMO “CELLULARE” – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)



