Il Tempo. Capitolo 1: ORERIS


Editoriale del 21 agosto 2026

Gli Oreris erano una confraternita informale di adoratori delle ore del pomeriggio e della sera: maschi graziosi e benigni, eternamente giovani, dai venti ai cinquanta anni. Sostavano appoggiati ai muri, ai lati delle vetrine e dei negozi di moda di Via Manno, Via Garibaldi e nelle piazze del centro di Cagliari, in attesa che il mondo, maschi o femmine, li notasse. Non avevano un passato da rimpiangere né un futuro da inseguire; per loro esistevano quelle ore, e dopo il tramonto rientravano a casa come se nulla fosse accaduto.

Erano gli omologhi cagliaritani dei Vitelloni di Federico Fellini: giovani dall’aspetto piacevole, dediti al presente con una sorta di religiosità laica. Non si organizzavano in bande, non nascondevano coltelli e non tiravano pietre. La loro arma era lo sguardo: occhiate languide rivolte alle ragazze delle scuole e dell’università, sguardi che si trasformavano in piccole vittorie quando qualcuna ricambiava l’attenzione. In quei momenti, un semplice “mi ha visto” diventava un trofeo da sventolare per ore.

Incarnavano la giovinezza sospesa: il rifiuto, voluto o involontario, di diventare adulti. Il bar della stazione era il loro rifugio quotidiano, luogo di bisogni banali, di giornali sportivi sfogliati con cura e di chiacchiere con clienti di passaggio. Sulla parete campeggiava un proverbio che fungeva da piccolo vangelo: «S’òmine sperdi su tempus prus pretziadu in su traballu» [l’uomo spreca il suo tempo più prezioso lavorando]. Lo recitavano con la stessa devozione con cui altri recitano il nome di un santo, e lo trasformavano in una giustificazione gentile per la loro inattività.

Le madri non li avrebbero voluti come generi; li chiamavano sfaccendati e li guardavano con una mistura di disprezzo e ammirazione per l’aspetto. Eppure, quando la vita li metteva alla prova e i suoceri riuscivano a sistemarli con un impiego fisso, la stessa suocera che li aveva disprezzati scopriva che erano buoni mariti. La trasformazione non era epica ma fatta di piccoli gesti quotidiani: una cena preparata, una bolletta pagata, una parola gentile. Così l’ozio si stemperava in responsabilità, la leggerezza in cura.

Resta di loro, nella memoria della città, un ritratto sospeso tra ironia e tenerezza: figure che incarnavano la bellezza di non voler crescere e la dolcezza di chi, alla fine, si lascia sorprendere dalla vita.

Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

“Erano gli omologhi cagliaritani dei Vitelloni di Federico Fellini: giovani dall’aspetto piacevole, dediti al presente con una sorta di religiosità laica.” Da Il Tempo. Capitolo 1: ORERIS – Editoriale di Gianluigi Gessa (Neuroscienziato di Aristan)

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