* Trovate i suoi magistrali dialoghi con Antonangelo Liori ogni domenica sui social dell’Università di Aristan
L’ultima riga è quella dell’abisso. Quella che fa scattare il gesto eroico, questo è il punto. Lì si sgretolano le regole. Luce e ombra diventano un unico essere, la notte e il giorno si mischiano disfacendo l’epica Creazione proprio al suo debutto biblico (Genesi 1-5).
È sempre l’ultima riga, quella di tutte le provocazioni trascendenti che sfinisce l’umana tolleranza. E innesca così una furibonda tempesta di visioni e immagini, fumetti e utopie che annientano le tesi di ogni oppressione e di ogni tirannia del pensiero. Eccola la porta per entrare nei labirinti fantastici di quella grandiosa lezione universitaria, la quarta, curata dall’Ateneo di Aristan. Che per uno strano incantesimo accademico trasporta l’aula magna del seminario arcivescovile di Cagliari in una favolosa striscia disegnata, oltre ogni cronologia. Ogni scena ha una ricchezza di nuvolette da riempire mentre la linea del tempo è solo quella segnata dal mitico calendario Atzeco. E così in quello spazio altro, avviene qualcosa di meraviglioso. L’Uomo Dalla, musica, climax e sentimento in Siamo Dei (1980), diventa un punto fermo in questa evoluzione delle libertà della specie. Perché va oltre quell’Uomo vitruviano rinascimentale, ma troppo imperturbabile almeno quanto la divinità, e quindi sospetto nel suo stesso terreno di origine: l’Umanesimo. La genesi di ogni libero arbitrio parte dunque da uno scatto di scienza e consapevolezza. “E poi non ho capito l’ultima riga” non è una richiesta aggiunta di spiegazioni nel dialogo con dio. Affatto. È un parricidio. Fondamentale, come i precedenti e i futuri, nel cammino delle esistenze. «Guardate, tutte le grandi imprese umane nascono da un parricidio», svela l’epistemologo Silvano Tagliagambe. Ovvero, “l’ultima riga” di Lucio Dalla ha la stessa terribile matrice esplosiva che trasmette la scritta nella lapide di Nick Fury (alias Samuel L. Jackson) in Capitan America: The Winter Solider (2014). Quegli stessi versetti profetici declamati vent’anni prima dal prete battista, Jules Winnfield (ancora Samuel L. Jackson) in Pulp Fiction: «Ezechiele 25,17. Il cammino dell’uomo timorato è minacciato da ogni parte dalle iniquità degli esseri egoisti e dalla tirannia degli uomini malvagi. Benedetto sia colui che nel nome della carità e della buona volontà conduce i deboli attraverso la Valle delle Tenebre; perché egli è in verità il pastore di suo fratello e il ricercatore dei figli smarriti». La Valle delle Tenebre è quella dove si deve compiere ogni atto estremo. È la notte di tutte le superstrade 131 del pianeta in cui l’essere umano può trovare in sé briciole eroiche di divino. Luoghi off limits, contesti sociali, e ambienti sensibili, ospedali e prigioni. Un luogo antropologico e sociale più che fisico o geografico. «Là dove l’individuo è fortemente violato», per usare la voce e la maschera di Manu Invisible, artista supereroe del buio. «Per me il vero gesto eroico è servire la società in quei contesti estremi. C’è un filo conduttore molto sottile e molto lineare tra supereroi del passato e quanti praticano imprese uniche oggi». Così ancora Tagliagambe: «Quanto detto da Manu Invisible è un messaggio di importanza epica. Portare luce nell’ombra, fare delle zone d’ombra zone di luce». Cita Jung, l’epistemologo in rosso, «che ha fatto del rapporto tra luce e il buio la cifra costitutiva fondamentale per capire la persona. Non esiste persona se non accoppiata a un’ombra. E Jung – aggiunge – arriva a dire che se esiste Dio anche lui deve avere la sua ombra perché non può esistere psiche senza materia, luce che non proietti ombra. Portare la luce e capovolgere la frontiera è la missione più importante che l’umanità e l’uomo possano svolgere nella vita». Un grande viaggio epico e metafisico della cultura che magnificamente trova la sua materia esclusiva nel “cervello nero” di Piranesi, per dirla con le parole di Victor Hugo prima e di Marguerite Yourcenar dopo. Giambattista, architetto incisore e grande uomo di cultura. La sua nera magnificenza si alimenta di quei luoghi estremi, architetture morse dall’acido dell’acquaforte, dove anche Dio si confronta con il suo diverso: il buio. Le “Carceri d’invenzione” (1760-1761) del visionario incisore veneto, sono architetture fantastiche che lanciano uno sguardo nell’abisso dell’esistenza. E come intuì Herman Melville, quelle costruzioni monumentali arditissime ma costruite su un impeccabile rigore architettonico rappresentano l’uomo stesso, i penetrali in cui l’essere umano si ritrae, labirinti bui e silenti. Le Carceri raccontate in quelle mirabili tavole, per Piranesi, toccano il cuore umano. Nella dialettica luce e buio della prigione di Piranesi, l’ombra è sempre dominante. È, al pari della luce se non di più, motivo di conoscenza per sottrazione. L’artista stravolge l’ordine prospettivo, perché da lui in poi non esiste un centro, ma il disordine inquietante e nessuna regola architettonica o di geometrie naturali sorregge quelle incommensurabili strutture. Ed è in questa babele di torri, scalinate e ruderi di colonne, che si alimenta il gesto eroico. Architetture travolgenti che circa 200 anni dopo saranno fonte di ispirazione per Maurits Cornelis Escher. Scale stregate, edifici incongruenti, piani ribaltati dove, rispetto alle Carceri di Piranesi, è capovolto il rapporto luce ombra. Ma non cambiano le atmosfere oniriche e inquietanti. Qui agisce e vive l’eroe e il suo mito, quello che Tagliagambe ricorda nasce nel 2150 avanti Cristo. «Cultura Assira, culla del mito dell’eroe, archetipo fondamentale da cui trarranno ispirazione tutti gli altri: l’epopea di Gilgamesh». Da quelle magiche terre mesopotamiche ai grandi eroi del mito e dell’epica (Prometeo e Achille) sino alle età più moderne e contemporanee, il supereroe è la proiezione percepita di ogni tocco di divino che l’uomo custodisce nel suo essere. Nicola Calocero, critico cinematografico, racconta vittorie e sconfitte, genialate e crolli di questo cammino di affrancamento e divinazione della stoffa umana. Poi accade qualcosa di inspiegabile durante gli ultimi fumetti e le poche nuvolette rimaste che in modo random riempiono l’aula magna del seminario. Tagliagambe cammina sul palco e mentre consuma lo spazio con ampie falcate, sembra trasformarsi in un contemporaneo Gilgamesh. Parla di Galileo Galilei «lui, certamente, un eroe che ha combattuto la spaccatura tra gli dei e l’altro – Siamo dei, tu chi sei?, e ha lasciato il suo programma ispirato a un motto: eguagliamento delle intelligenze». Nell’ultimo fumetto la nuvoletta si riempie di scritte. Ripetute: Metodo della scienza. E in quello stesso spazio contornato da un rettangolo nero di china, incredibilmente, vicino a Manu Invisible, si disegna senza un perché, forse, una visione impensabile. Bella e commuovente. Giulio Giorello è lì, sorride e piano si abbassa sul viso l’invincibile maschera di Zorro, cuore della più grande libertà «per non essere oppressi e nemmeno per opprimere».
Tempo di lettura. La durata di una lacrima, ma che ti fa sentire felicemente dio



