LA COGNIZIONE DEL TELEFONO


Editoriale del 14 dicembre 2025

A Desulo non avevamo telefono.

Chi ci voleva veniva.

Se avessimo voluto qualcuno saremmo andati.

Non erano improvvisate ma la normalità.

Esisteva un telefono pubblico, da tiu Giuanni Puddu, il sarto che vendeva stoffe.

Ma andavamo a comprare stoffe, il telefono lo guardavamo con ironico sospetto.

Scrivevamo lettere, quello sì.

E ne ricevevamo.

Ce le portava tiu Giossantos, il postino con la berritta che fu compagno di camerata col camerata Mussolini nella guerra europea e quello, diventato duce, sigillò con un posto pubblico il suo commilitone trasformandolo da pastore di capre a pastore di lettere.

Babbo ogni fine mese attendeva con impazienza la raccomandata del commendator Gennaro Auricchio di Piacenza, re del provolone, al quale vendeva vagonate di cagli pagate con assegno bancario non trasferibile accluso alle gentili parole della raccomandata: “Gentile signor Liori abbiamo ricevuto l’ottima partita di caglioli che abbiamo quantificato con allegato assegno. Ossequi alla signora e un abbraccio.

Quando babbo comprò casa a Cagliari per avere due figli alto borghesi da chiamare col dott. prima del cognome, rivolgendosi a loro sempre col lei, ci ritrovammo a girovagare in un grande appartamento nel quale nessuno veniva a trovarci.

La portiera, signora Antonia da Isili, un giorno bussò a casa chiedendo a mamma se volesse mettere un telefono duplex con la signora Carcanella, moglie di piccolo industriale, che aveva uno stuolo di figlie in età da marito.

In teoria potevamo telefonare, anche se non sapevamo a chi, ma in pratica no.

Perché le maritande si trattenevano ore e ora con i loro maritabili impedendo a noi la comunicazione.

Il signor Carcanella era una brava persona, rigido come i padri di un tempo, e non gradiva che le sue figliole uscissero con i maritandi, impedendo come peccaminose anche le giocoforza forzate telefonate

Ogni due su tre sentivamo infatti la signora inseguire le ragazze con l’urlo di guerra “quel dito te lo taglio”. E quel dito era quello che faceva il numero di telefono degli spasimanti.

Poi babbo ebbe necessità di rispondere e chiamare alle telefonate di Gennaro Auricchio e anche a quello del signor Siddi di Selargius, grossista di pelli di agnello e capretto.

Ma questo duplex era perennemente occupato.

Babbo domandò quindi a mamma di chiedere alla signora Carcanella di chiedere alle figlie che chiedessero agli spasimanti di sposarle in fretta senza occupare telefoni duplex.

Ma mamma non aveva l’animo del killer prezzolato.

“L’uomo di casa sei tu, il telefono serve a te, tu litiga”.

Babbo, bonette in mano, parlò con la vicina di casa.

“A me il telefono serve per lavoro e non per l’amore”, ma fuggì subito perché la signora andò a cercare le figlie urlando come un apache sul sentiero di guerra “quel dito ve lo taglio, assassine”.

Babbo, per evitare lesioni permanenti alle maritande, essendo patriarcale, chiese quindi il permesso a mamma di mettere un telefono singolo, che esponemmo in bella vista nell’ingresso.

Quando tiu Giossantos venne a trovarci col figlio Antoni, che mi era nonneddu”,  cioè padrino, e la nipote Giovannangela, mia adorata nonnedda, guardò il telefono sornione e disse ai miei genitori.

“andata male in città vero? Nessuno vi scrive più”.

Babbo tacque e gli offrì un bicchiere di vino con una “aranzada”.

Mamma preparò il caffè.

“Oggi scrivo a mia sorella”, ci disse sottovoce: “In città siamo davvero isolati dal mondo”.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“A Desulo non avevamo telefono. Chi ci voleva veniva. Se avessimo voluto qualcuno saremmo andati.” Da LA COGNIZIONE DEL TELEFONO – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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