Essendo che ero un bambino bellissimo – vi piacciono sintassi e modestia? – sempre in movimento, iperattivo e ipercinetico, costantemente insonne, stancavo babbo e mamma ben più di sei ore di motopicco sul granito.
Mangiavo anche come un bue ed ero costantemente affamato anche se non ingrassavo perché avevo una specie di molla che mi spingeva a fare sempre.
Un giorno però, babbo e mamma, insolitamente riuscirono ad addormentarsi sulla poltrona del soggiorno. Babbo si risvegliò di scatto preoccupato per il fatto che non lo tenevo sveglio io. “Simona”, domando a mamma: “Il bambino?”
Mamma aprì gli occhi di soprassalto – era incinta di mio fratellino – esplodendo in un boato “È calmo”. E quasi pianse per la preoccupazione.
A cena non mangiai nulla.
Babbo e mamma per la preoccupazione non mangiarono.
Di notte non dormii, ma stetti fermo a letto.
Babbo e mamma non dormirono perché io ero incredibilmente calmo.
L’indomani mio portarono a Nuoro da un grande medico paesano nostro, Istevene Meleddu. Lui mi visitò, fece le analisi e stabilì che nulla avevo.
Tornato a casa non pranzai. E non mi mossi dalla mia sedietta.
Babbo e mamma erano disperati.
L’indomani mattina mi portarono da Cagliari dal professor Macciotta, un vero luninare.
Lui mi visitò, fece le analisi e sentenziò come Istevene Meleddu: il bambino è sano.
Ma manco il giorno pranzai. Due giorni fermo e a digiuno.
E anche babbo e mamma per la preoccupazione restano a digiuno per due giorni.
Mannai e mannoi vennero a trovarmi.
E non capirono.
Mannoi provò a imboccarmi col mio cibo preferito: il lardo tiepido.
Nulla.
Mi offrì una pera secca.
Niet.
Mannai, la cui intelligenza era sopraffina, mi studiò bene.
“Est fertu a ogu malu”, disse a mamma: “Gli hanno gettato il malocchio”.
Che fare?
Nonna mi avvolse in una copertina e, in fila indiana, mi portarono a casa di una vecchietta, Soboedda, pratica in arti magiche e sortilegi vari.
Appena entrammo nella sua casa non ebbe dubbi.
“S’ogu malu”, sentenziò.
Malattia sconosciuta alla scienza pediatrica e causata da invidia o malanimo, secondo l’eziologia popolare.
Prese acqua, olio, sale, chicchi di grano.
Mi lanciò addosso dell’acqua.
Mi sputò sul volto.
Recitò due robe in una strana lingua e io immediatamente aprii gli occhi stanchi.
Guardai mamma con sguardo maligno e le dissi “Hapo famene”.
Il marito di tia Soboedda mi diede un pezzo di fiore sardo e mezzo pane di Desulo che subito divorai e fuggii per strada strillando come un guerriero apache.
Babbo mi corse dietro urlando “Torrau este…Desu nos sarbet”, che vuol dire: “È tornato….Dio ci salvi”.
L’indomani portammo a tia Soboedda un agnello per grazia ricevuta.
Quando Istevene Meleddu tornò in paese per il fine settimana domandò a babbo come stessi.
“Benissimo lui, malissimo noi”, gli rispose: “È guarito”.
“Da cosa?”, domandò l’amico medico.
“Dae s’ogu malu”, rispose babbo.
“Uff… cun custas fesserias”, rispose lui.
Babbo però corse a prendermi, mi sollevò fra le braccia e, guardando mamma, disse. “Torrau, est torrau”. Poi le accarezzò la pancia alla quale mio fratellino sferrava calci.
Dopo pochi mesi il problema di babbo e mamma sarebbe raddoppiato.
Come la loro felicità.
Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)
“Nonna mi avvolse in una copertina e, in fila indiana, mi portarono a casa di una vecchietta, Soboedda, pratica in arti magiche e sortilegi vari. Appena entrammo nella sua casa non ebbe dubbi. “S’ogu malu”, sentenziò.” Da LA VITTORIA CONTRO IL MALOCCHIO – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)



