L’UNICO BACIO CHE DIEDI A MIO PADRE


Editoriale del 15 giugno 2025

Mio padre era un barbaricino antico. Non amava le sdolcinatezze. Mi amava più di se stesso e si sarebbe fatto uccidere per non farmi avere la minima sofferenza. Però non mi diede mai un bacio, mai mi fece una carezza. E io mai provai a dargli un bacio o a fargli una carezza.

Ora che ci penso, mi pare che non gli avessi mai neppure toccato la pelle.

Non lo vidi mai scalzo né a petto nudo.

Ignoravo come fossero fatte le sue gambe.

Usciva dalla camera da letto vestito di tutto punto, col bonette in testa e i pantaloni di velluto: già in jeans pensava di essere nudo.

Non disse mai una parolaccia e non voleva che si pronunciasse in sua presenza nessun termine che non fosse più che decoroso.

Non gli ho mai sentito il minimo pettegolezzo e non voleva neppure sentirne.

Venne ricoverato alcune volte ma l’unica persona che poteva rimboccargli le coperte era mamma: neppure le infermiere. E quando una dottoressa provò a mettergli un catetere fece una scena biblica tanto che dovette essere sostituita da un uomo.

Il suo pudore superava ogni possibile immaginazione.

Non l’ho mai visto prendere mamma a braccetto o per mano ma non andava mai da nessuna parte senza di lei.

Non le comprò mai un fiore, ma le portava sempre le ciliegie più dolci raccomandando a noi figli di lasciarle per mamma.

E le portava i primi fichi.

E le pere.

E l’uva più saporita.

Quando arrivava a casa con la frutta colta da lui apposta per lei una ad una le diceva “neh”… in modo burbero. Poi la guardava di sottecchi per vedere se il gusto di quelle primizie rendesse ancora più dolce il suo sguardo.

Noi figli non abbiamo mai consentito ai nostri genitori di prendere un peso, neppure un ramo di legno per il fuoco.

Quando eravamo piccoli, prima di uscire di casa, alle 3 del mattino, lui accendeva il camino in modo che facessimo colazione nel tepore della nostra grande cucina.

Quando invecchiò, entravo alle 3 a casa loro stando ben attento a non svegliarli, accendevo il fuoco e andavo via senza fare il minimo rumore.

Ogni mattina alle sei chiamavo casa per sapere come stessero babbo e mamma.

Parlavo prima con l’una e poi con l’altro.

Ma il 29 agosto del 2015 all’altro capo del filo sentii il pianto convulso di mia madre che mi disse, nel suo sardo adamantino, “babbo è andato via, andato via, andato via”.

Per un istante pensai potesse essere uscito in campagna. Ma fu solo un attimo di speranza cieca.,

Mi precipitai a casa loro.

Ed era composto nel letto col suo solito sorriso al contempo ironico e ineffabile.

Per la prima volta nella mia vita piansi mentre mamma cantava al capezzale il suo dolore.

Volevo baciarlo, ma temevo che se ne avesse a male.

E lo domandai a mamma. “Posso baciarlo?”, le dissi.

Lei mi strinse a sé.

Mi inchinai sulla sua fronte e per la prima volta posai le labbra sulla sua pelle liscia.

Poi chiamai mia figlia, perché prendesse il primo aereo.

“Ho baciato nonno”, le dissi.

E lei capì.

Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

“Poi chiamai mia figlia, perché prendesse il primo aereo.

“Ho baciato nonno”, le dissi.

E lei capì.”

Da L’UNICO BACIO CHE DIEDI A MIO PADRE – Editoriale di Antonangelo Liori (Pastore di Aristan)

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