Se avessimo letto un romanzo nel quale si racconta di un uomo che gira in bicicletta nella notte nascondendo un coltello di cui si serve per uccidere una donna, incontrata casualmente, chiedendole prima scusa per ciò che si appresta a fare avremmo, con tutta probabilità, ritenuto inverosimile e priva di senso questa narrazione di un omicidio senza un perché. Siamo infatti portati a ritenere che i processi mentali che guidano le nostre azioni siano governati una proprietà che li caratterizza, quella ‘dell’intenzionalità’, che significa ‘essere diretti verso’ individui o stati di cose. Ad esempio, se si crede che la gardenia è una pianta, lo stato mentale di credenza è diretto verso l’essere la gardenia una pianta. Analogamente, se si desidera che le gardenie vengano innaffiate, lo stato mentale di desiderio è relativo all’innaffiamento delle gardenie. Se si odia o si ama, gli stati mentale dell’odio e dell’amore sono orientati verso il qualcuno o il qualcosa che è il loro specifico oggetto, necessariamente presente. Da questo punto di vista la mente ha sempre una ‘direzione motivata’: se questa manca si è inclini a rifiutare di credere che sia una mente ad agire.
L’esperienza quotidiana invece, come ci confermano le cronache recenti, smentisce questa nostra convinzione, basata sulla dimenticanza di uno stato mentale che, al contrario di tutti gli altri, non si riferisce ad alcunché, non ha alcun oggetto verso il quale è diretto. Si tratta dell’angoscia, mirabilmente descritta da Kierkegaard, secondo il quale essa va intesa come l’espressione del baratro della possibilità che si spalanca di fronte a noi, come vertigine della libertà allo stato puro, senza alcuna finalità, un nulla, un vuoto che si dilegua appena cerchiamo di afferrarlo, e che quindi è incompatibile con qualsiasi ricerca e definizione di un perché, un abisso che attrae senza ragione gli occhi verso il suo fondo. Se l’esistenza diventa preda di questo vuoto e se ne riempie succede anche che un ragazzo, dopo la festa di compleanno di un padre, possa uccidere lui, sua madre e suo fratello solo per sentirsi libero, senza una ragione, soltanto nell’illusione di potersi svincolare, così, dall’angoscia che l’opprime. La vita è un processo che tende a riempire gli spazi vuoti nei quali s’imbatte e a dar loro un senso: se non ci si riesce, se a prevalere su di essa è il vuoto, si è convinti di vivere, ma in realtà si è ormai preda della morte.
Silvano Tagliagambe (Cronista filosofico di Aristan)
“Si tratta dell’angoscia, mirabilmente descritta da Kierkegaard, secondo il quale essa va intesa come l’espressione del baratro della possibilità che si spalanca di fronte a noi, come vertigine della libertà allo stato puro, senza alcuna finalità, un nulla, un vuoto che si dilegua appena cerchiamo di afferrarlo, e che quindi è incompatibile con qualsiasi ricerca e definizione di un perché, un abisso che attrae senza ragione gli occhi verso il suo fondo.” Da PIENI DI VUOTO – Editoriale di Silvano Tagliagambe (Cronista filosofico di Aristan)



