Nella camera di Alice era morbido come un velo e lo si poteva attraversare alla scoperta di un mondo fantastico. Per Biancaneve fu la causa di mille problemi e, senza di lui, Narciso forse avrebbe tenuto a bada l’amore per sé stesso. Lo specchio e la nostra immagine riflessa da sempre sono al centro di leggende, miti e racconti della nostra e delle altrui culture.
Il perché è facilmente intuibile. Il potere di riconoscere sé stessi in un riflesso è enorme. E in questo siamo quasi unici nel Regno Animale. Si contano, infatti, sulle dita di due mani le specie su cui c’è certezza di questa capacità: scimpanzè, bonobo, gorilla, oranghi, delfini, elefanti, cavalli e le intelligentissime gazze. Il test per provare tale abilità, “il test dello specchio”, fu inventato da Gordon Gallup nel 1970, ed è semplice quanto geniale. Viene disegnata una macchia in un punto del corpo dell’animale che è fuori dal suo campo visivo, per esempio sulla fronte nei primati. Una volta posto di fronte allo specchio, se l’animale si interessa alla macchia, toccando lo specchio, significa che pensa che quell’immagine sia un altro individuo. Se invece, guardandosi allo specchio, si tocca direttamente la macchia sul proprio corpo, allora sa che l’individuo riflesso è lui stesso.
Ma il fatto di avere la capacità cognitiva di riconoscerci in uno specchio e così vederci con gli occhi degli altri, ci fa vivere meglio? Il pinguino che non sa “come lo vedono gli altri” e non ha un’immagine di sé stesso da giudicare, da comparare, vive per questo peggio? Quanto ci aiuta la percezione fisica di noi stessi?
Le ricerche condotte sull’accettazione del nostro aspetto, soprattutto negli adolescenti e nelle donne, non sono incoraggianti. Tra i pochi animali in grado di superare il “test dello specchio”, siamo gli unici insoddisfatti, sempre in cerca di un riflesso che ci rappresenti migliori, o anche solo diversi da ciò che siamo.
Monica Mazzotto (Biofila di Aristan)



