Salmo 498 QUANTO POCO PUÒ BASTARE PER RISORGERE


Editoriale del 19 aprile 2025

Coincidenze tra la doccia di Giovanni, Monteverdi e Bach.

1) Ieri stavo pensando di mettervi per intero la storia di un barbone di nome Giovanni: dormiva nell’androne di fronte alla casa di Piero, che lo tranquillizzava se gridava di notte, e la mattina lo accompagnava al bar vicino di un suo amico, che gli offriva la colazione. Gentilissimo, la sua più grande attenzione era quella di non disturbare, per cui la sua prima risposta era sempre «No, signore, No, signorina». Anche quando Piero un giorno gli propose di portarlo alle docce: «Sono sporco, e se salgo sporco la macchina». Ma, conosciuto per il suo verso e accompagnato pian piano, Giovanni salì. Più lungo fargli togliere i vestiti, ma rassicurato che nessuno avrebbe rubato niente (timore dei senza fissa dimora), Piero cominciò a sfilargli il maglione. Più complicato per i tre jeans infilati uno sull’altro, duri come cuoio per lo spessore e la sporcizia, per non dire la fatica di incastrarli poi nel sacchetto della lavatrice.

Ed ecco la conclusione: «Piero lo incontrerà la mattina successiva di buon’ora, spariti i cartoni su cui dormiva, e già imballati i suoi miserevoli bagagli:

– Giovanni, ma dove vai?!
– Torno in Sardegna.
– Ah … E perché?
– Ora sono pulito, quindi non posso più dormire sui cartoni».

(da Michele Capitani, «Romanzi non scritti. Drammi e salvezza nelle storie dei senza fissa dimora», EDB).

2) Ugualmente ieri, riordinando in casa qualche strato archeologico, mi capita di riascoltare i «Vespri della Beata Vergine» di Claudio Monteverdi, nella registrazione di Gardiner in San Marco a Venezia. All’Ave Maris Stella, mi ricredo sul genere umano, se fra tanti disastri è potuta apparire tanta bellezza. Nella rallentata dolcezza dell’antico gregoriano ricreato da Monteverdi, mi ritrovo a pregare con il canto: «profer lumen caecis, mala nostra pelle, bona cuncta posce: illumina i ciechi, allontana i nostri mali, chiedi per noi ogni bene».

3) Oggi, poi, apro l’ultimo libro, appena acquistato, «Il folle di Dio alla fine del mondo», di Javier Cercas, “ateo, anticlericale, razionalista ostinato, empio rigoroso’” come egli stesso si presenta, al quale il 21 maggio 2023 da parte di un “rappresentante del Vaticano” fu assicurata ogni facilitazione se avesse accettato di scrivere una cronaca del viaggio di Papa Francesco in Mongolia. «Ma siete impazziti, o che?», fu la sua sorpresa e ora dimenticata risposta, secondo il rappresentante del Vaticano. Si sentì invece dire che (citazione)  «in Vaticano sapevano che non ero credente e che proprio per quello mi proponevano di scrivere il libro: non volevano che lo scrivesse uno dei loro; si è affrettato ad aggiungere che naturalmente io avrei avuto libertà totale, che in realtà il Vaticano non mi commissionava il libro, semplicemente mi procurava I’ occasione, che non pretendevano nemmeno di pubblicarlo con la loro casa editrice, che avrei potuto pubblicarlo con chi volevo, come volevo e quando volevo, che loro si sarebbero limitati a offrirmi tutte le facilitazioni, che il loro obbiettivo noni era né propagandistico né economico» (pp. 12-13).

Ebbene, la notte seguente alla proposta, Javier Cercas dice di averla passata insonne. Avrebbe potuto accettare se fosse stato Bob Dylan, convertito, che aveva cantato di fronte a Giovanni Paolo II, o se fosse stato Sebastian Bach che componeva soltanto per Dio, e «la cui musica quasi non si può ascoltare senza provare un irrefrenabile desiderio di credere in Dio. E pensavo: Se mi scorresse nelle vene una sola goccia del sangue di Bach, se la mia carne contenesse un solo atomo della carne geniale di Bach, sentirei che Dio mi sta chiamando» (p. 14).»

A questo punto, meglio citare per intero e letteralmente: «Quel pensiero mi ha riportato a un’esperienza mistica. L’avevo vissuta una mattina in una stazione della metro di Barcellona. Era l’ora di punta, nel vagone faceva un caldo atroce, per evadere da quella tortura avevo messo della musica nel cellulare e il caso aveva scelto la celeberrima Cantata BWV 147, intitolata Gesù è la mia gioia. Allora, non appena aveva iniziato a suonare nelle mie cuffie quella musica sovrumana, avevo avuto la certezza che si sarebbe aperto il firmamento, sarebbe apparso Dio Nostro Signore e avrebbe sollevato in aria quel mastodonte zeppo di infelici mentre il suo divino vocione tuonava (abbastanza arrabbiato, tra l’altro): «Così non esisto, eh, stronzi? Invece eccomi qua, con barba e tutto. Andate affanculo, è finita la farsa: tutti in Paradiso! Anche tu, Javierito, non nasconderti, ripugnante verme mangiapreti! Stavo per mandarti dritto all’Inferno dei reprobi, con Walt Disney e Jack lo Squartatore, ma il mio amico qui, Johann Sebastian, ha interceduto per te (a questo punto Bach compariva al fianco del Redentore, obeso e con la sua parrucca incipriata, insieme alle due mogli e ai venti figli, e mi salutava con una manina grassoccia). Hai avuto un culo pazzesco!».

È stato proprio allora, dopo aver rievocato quella visione salvifica, che mi sono ricordato di mia madre viva e di mio padre morto, entrambi cattolici di ferro, mi sono ricordato che, dalla morte di mio padre, mia madre non smetteva di ripetere che lo avrebbe rincontrato dopo la morte, e mi sono detto che, se fossi potuto rimanere qualche minuto da solo con il papa e avessi potuto parlargli della resurrezione della carne e della vita eterna e domandargli se davvero mia madre avrebbe rivisto mio padre, allora avrebbe avuto tutto il senso del mondo scrivere quel libro. Insonne per quel pensiero, mi sono alzato per contemplare l’alba a Torino» (p.14).

(Da Javier Cercas, «Il folle di Dio alla fine del mondo, Guanda aprile 2025)

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“ieri, riordinando in casa qualche strato archeologico, mi capita di riascoltare i «Vespri della Beata Vergine» di Claudio Monteverdi, nella registrazione di Gardiner in San Marco a Venezia. All’Ave Maris Stella, mi ricredo sul genere umano, se fra tanti disastri è potuta apparire tanta bellezza.” Da Salmo 498 QUANTO POCO PUÒ BASTARE PER RISORGERE Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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