Salmo 563 – CONSACRATI, MA A CHI?


Editoriale del 18 luglio 2026

E se il “mito” di Caino non parlasse di un singolo omicidio,

ma della violenza di chi si crede consacrato — e per questo autorizzato a escludere?

All’inizio ci sono solo due nomi.

Eva guarda il primo figlio

e lo chiama Caino: acquistato‑con‑Dio.

Quando nasce il secondo, non spiega nulla.

Lo chiama Abele: vanità, soffio che passa.

Un nome pieno, un nome vuoto.

Un erede, un escluso.

Poi arriva il giorno del rito.

Caino si presenta a Dio come ci si aspetta dal primogenito:

il consacrato, quello che ha diritto di offrire.

Ed ecco l’invenzione di Abele:

lui primogenito non è,

non ha diritto di offrire — eppure offre.

Offre i primogeniti del suo gregge,

la figura di ciò che desidera più di tutto.

Aveva perso la primogenitura per la madre,

ora la perde per Dio:

la perde due volte.

Ed ecco l’invenzione di Dio:

i primogeniti diventano due —

come già con la costola: persa e fatta donna,

aiuto di fronte,

aiuto alla pari.

Per questo «il Signore gradì Abele e la sua offerta».

Caino, invece, recita ancora la parte cucita da sua madre:

unico, scelto, “acquistato”.

Non regge l’inclusione, non regge un posto a due. Uccide.

E la terra diventa sterile per lui.

«Sii tu maledetto dal suolo» —

non «lontano dal suolo», come si legge di solito:

è il suolo stesso, diserbato dal sangue, a maledirlo.

Dio non lo caccia: gli mette un segno.

Chiunque oserà toccarlo subirà «la vendetta sette volte».

È protezione, non maledizione —

l’ultimo gesto di un Dio che include.

Di solito la storia si ferma qui:

Caino ramingo, in fuga per sempre,

da una terra per lui non feconda.

Ma è la metà del racconto.

Il testo continua, e quasi nessuno lo dice.

Caino non diventa ramingo.

Niente cresce per lui dalla terra?

Allora sarà lui a costruire sulla terra.

Si sposa, ha un figlio,

e come sua madre ha fatto con lui,

lo chiama “Consacrato- Enoch”,

stessa radice di Chanukkà,

la festa della Consacrazione del tempio.

Poi fonda una città.

E la chiama come il figlio: “Consacrata”.

Sembra un passo avanti con Dio:

un uomo che finalmente condivide invece di trattenere.

Ma un nome che dice “consacrato” —

cosa significa davvero, quando passa da un uomo a un’intera città?

Apertura, o un modo nuovo per sentirsi scelti —

tutti insieme, stavolta, invece che da soli?

Generazioni dopo, un discendente di Caino

canta una vanteria alle sue donne:

«Ho ucciso un uomo per un graffio.

Sette volte sarà vendicato Caino;

Lamec settantasette».

La parola che doveva fermare la violenza

diventa il metro per moltiplicarla.

Anche i numeri di Dio, nelle mani sbagliate, diventano armi.

Posso chiederti una cosa, Signore.

«Sono forse io il custode di mio fratello?» —

è la scusa di Caino.

Scusa o accusa?

Perché i salmi dicono che il custode sei tu.

E allora dimmi, tu che vedi oltre le apparenze:

le città che si chiamano “Consacrata” —

sono comunione,

o sono soltanto il primo Caino che diventa popolo?

Sono città consacrate per accogliere

o città consacrate per escludere?

Sei sempre, tu, Signore,

il punto di scambio.

Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

“All’inizio ci sono solo due nomi. Eva guarda il primo figlio e lo chiama Caino: acquistato‑con‑Dio.” Da  Salmo 563 – CONSACRATI, MA A CHI? Editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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