Salmo 565   – QUANDO L’UNITÀ DIVENTA PAURA: RILEGGENDO BABELE UN MITO SUI SOVRANISMI DI SEMPRE


Editoriale del 1° agosto 2026

Salmo 565   Quando l’unità diventa paura: rileggendo Babele 

                          Un mito sui sovranismi di sempre

Nelle cosmogonie, i miti non guardano indietro. Aprono vie nel presente.  

Sono racconti che cercano un varco quando la vita sembra chiusa.

Il mito di Babele è diverso. Non lo chiamano mai favoletta, questo. 

Parla di lingue, e le lingue sono ancora qui.

Tra noi. Ogni giorno. 

Genesi 10,1-32

Ma nessuno ricorda 

che questo mito viene dopo la grande “tavola dei popoli”: 

una sola famiglia, dispersa, lingue diverse, territori diversi, 

ma unita da una genealogia comune. 

Una dispersione che non punisce. 

Compie.

«Coltivare e custodire la terra intera».

Genesi 11,1-4

Su questa visione positiva

si innesta un racconto che la contraddice:

«Costruiamoci una città. Una torre.

Facciamoci un nome. Per non disperderci su tutta la terra». 

La paura di perdere sé stessi diventa più forte 

della vocazione a compiere la diversità del mondo. 

Non è orgoglio sovrumano. È sottostima.

La Bibbia lo aveva già detto nel primo mito: 

che l’umano somiglia al divino 

non perché evita il limite, 

ma perché conosce il bene e il male nella loro ambiguità. 

È questa consapevolezza dei contrari

– difficile, esposta, nuda come l’antica nudità del mito,

nudo amore e nuda violenza –

la vera somiglianza con il creatore.

Quando si cancella l’ambiguità per rifugiarsi nell’uniformità dei confini, 

chiusi a ogni confronto, 

l’unità da ideale diventa paura, e la paura diventa potere.

Genesi 11,4-7

«Se iniziano così, nulla impedirà loro di fare ciò che si propongono». 

Il “capo in cielo” della torre non è superbia: 

è il sogno di un potere assoluto.

Il racconto allora ricorda agli uomini il dato di fatto che li precede: 

la differenza delle lingue. 

Non una maledizione. Una differenza che salva.

Perché senza una comunicazione diversa, 

ogni progetto umano diventa assoluto.

E distruttivo.

Genesi 11,8-9

E qui, la grande differenza: 

in questo ultimo mito della cosmogonia biblica, Dio non dialoga con gli umani. 

Non spiega. Non rimprovera.  Non consola. 

È come se dicesse: 

ora il mondo è consegnato a voi, 

con le sue differenze, con la sua dispersione, con la sua pluralità. 

Una trascendenza che non annulla l’umano. Lo fonda.

E noi, Signore, noi continuiamo a costruire torri per non perderci.

E finiamo per perderci dentro le torri.

Tu ci lasci la via delle lingue.

La fatica di capirci.

La necessità di ascoltarci.

Polifonia di voci in ascolto.

Forse è così che custodisci la vita.

Signore, come tu hai detto,

insegnaci a perdere il nostro nome 

per ritrovare la nostra umanità.

Nell’ambiguità che ci espone.

Nelle differenze che ci arricchiscono.

Antonio Pinna (salmista ad Aristan)

“Il mito di Babele è diverso. Non lo chiamano mai favoletta, questo. Parla di lingue, e le lingue sono ancora qui. Tra noi. Ogni giorno.” Da Salmo 565   – QUANDO L’UNITÀ DIVENTA PAURA: RILEGGENDO BABELE UN MITO SUI SOVRANISMI DI SEMPRE – editoriale di Antonio Pinna (Salmista ad Aristan)

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